Rivedere "Bobby" per capire il sogno interrotto di Robert Kennedy

Bob Kennedy e la locandina del film
Bob Kennedy e la locandina del film

Nella mezzanotte tra il 5 e il 6 giugno 1968, nelle cucine dell’hotel Ambassador di Los Angeles, alcuni colpi di pistola chiudono per sempre il mito della Camelot kennedyana. A cinque anni dall’omicidio del presidente americano John Kennedy infatti viene ferito a morte anche il fratello minore, Robert, in quel momento candidato alle primarie del Partito democratico per la nomination presidenziale. A ucciderlo un giovane giordano di origini palestinesi, Sirhan Sirahn, che da 53 anni è in carcere dove sta scontando l’ergastolo. Proprio in questi giorni negli Stati Uniti si è aperto il dibattito sulla sua scarcerazione. Il tribunale ha dato l’ok, manca solo il via libera del governatore della California. La famiglia Kennedy è divisa. Tra i tanti figli di Robert Kennedy, Bobby Jr ha detto che “papà lo vorrebbe fuori”.

Al di là della vicenda giudiziaria, che come l’omicidio del fratello è ancora oggetto di dubbi e misteri, c’è un bel film uscito nel 2006 e presentato lo stesso anno alla Mostra del cinema di Venezia che fotografa in maniera eccellente il periodo di fermento politico, sociale e culturale idealmente finito proprio con l’omicidio di Robert Kennedy. Ovvero il “Bobby” che dà il titolo all’opera. E proprio questo spaccato storico viene raccontato nelle vicende dei personaggi del film scritto e diretto da Emilio Estevez che ha disposto di un cast stellare (Anthony Hopkins, Martin Sheen, Demi Moore, Sharone Stone e Laurence Fishburne solo per citarne alcuni).

Storie diverse che però si incrociano per lo stesso motivo: festeggiare la vittoria alle primarie in California del senatore democratico. Kennedy proprio la sera del 5 giugno dovrà tenere un discorso nel suo quartier generale, l’hotel Ambassador, dove è ambientata gran parte della pellicola. C’è Diane, giovane ragazza che sta per sposare William per risparmiargli la leva del Vietnam, l’inserviente Josè che litiga col capo razzista, il manager dell’hotel che tradisce la moglie, i due vecchi dipendenti dell’albergo ormai in pensione che accasciati nei divanetti della hall ricordano i grandi personaggi passati da quell’hotel. Tutti sperano che RFK possa rendere il mondo un luogo più giusto.

La direzione dei tanti attori è ben riuscita e la coralità è uno dei valori aggiunti del film. Il regista inoltre è riuscito a non cedere troppo alla retorica, assai difficile quando si toccano certi argomenti. Perché in “Bobby” c’è tutto: la questione razziale, la guerra nel Vietnam, la lotta per i diritti civili, e il ruolo degli Stati Uniti nel mondo. A tratti sembra quasi si parli di oggi. Ed è impossibile non commuoversi quando nei titoli di coda scorrono le immagini di repertorio con la bara di Kenendy sul treno salutata dalla gente comune al passaggio nelle piccole stazioni. Colonna sonora “The sound of silence” di Simon & Garfunkel. Sipario.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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