Rivendico il diritto di essere stanco, vecchio, di tremare davanti all’ignoto

image

Basta. Troppa realtà, ci travolge. Lo spazio per contenerla non è infinito e non possiamo assorbirne altra. Siamo saturi di paura, rumori, informazioni. Non siamo tutti a nostro agio nella trasformazione continua. È il nostro destino, va bene. Lo so, ma non mi piace. Mi chiudo le orecchie per non sentire. Voglio infilarmi sotto un comò come un gatto, sparire dietro una tenda come un bambino. Sono inadeguato? Forse. Se questa è la velocità di crociera, devo scendere dalla nave. Lo so, non è possibile. È anche questa consapevolezza il mio nemico. Beati gli incoscienti, penso. Quelli che riescono a dire “domani è un altro giorno e si vedrà”.

Ma non sono la Vanoni e non riesco a schiodarmi da qui, da questo oggi. Dal pensiero che il mio mestiere cambia e che per continuare a farlo serve un’energia che con il tempo mi abbandona. Dalle partite di calcio che vorrei vedere, ma che non so più chi le trasmette. Dai messaggi di whatsapp, dalle mail e dai calendar di Outlook che impongono lo stato di allerta perenne. Dalla lotta alla veglia continua. Temo la disruption, che non so affrontare col maschio vigore imposto da questo tempo scandito dagli algoritmi. “Raccontati in 30 secondi“ mi hanno chiesto l’altro giorno.

“Come faccio?” – ho pensato – “ho impiegato 54 anni a diventare quello che sono”. Il buon senso richiede tempo e spazio, sta stretto dentro un tweet. Spaventa l’illusione che la vita, come una serie Netflix, abbia stagioni infinite. Senza il senso della fine, tutto perde prospettiva. Le priorità non mutano e si diventa ridicoli, seduti a settant’anni sui gradini di un Frecciarossa a fare videocall con gente che potrebbe chiamarti nonno. È questo senso dell’eterno giovane, del per sempre bello, del comunque forte, che c’ha fregato. Rivendico il diritto di essere stanco, vecchio, di tremare davanti all’ignoto, di avere le rughe e una moglie senza le labbra a canotto. Oggi voglio stare spento, cantava Vasco. Sì, chiedo tregua anch’io. Per guardare l’orizzonte, e vedere se ricordo ancora l’infinito di Leopardi. Per parlare con il mio cane, per annoiarmi un po’.

Certo, rispetto alla signora in fila qui va di lusso. Non piovono bombe, non rischio la vita, non devo guardare l’orrore negli occhi. Però oggi non riesco a farmi carico dei dolori del mondo. Sarò cinico, ma penso a me. Brutto dirlo, ma vero. Ed è di verità che sento il bisogno mentre il mondo nuovo mi rincorre e mi raggiunge.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli