Rocco Chinnici e la rivoluzione del pool antimafia

Maria Laura Antonelli / AGF

AGI - In via Pipitone Federico, a Palermo, sono le 8:10 quando una devastante esplosione scuote violentemente l'intero isolato. Una 126, imbottita di tritolo e fatta esplodere con un comando a distanza, trasforma una elegante zona residenziale nell'inferno e uccide il giudice Rocco Chinnici, padre del pool antimafia.

Era il 29 luglio 1983. "Palermo come Beirut", titoleranno i giornali 39 anni fa. Sulla strada, in mezzo alle carcasse delle auto e all'acqua fuoriuscita dalle tubazioni scoppiate, si distinguono a fatica i corpi senza vita, devastati dall'esplosione.

Oltre a Rocco Chinnici ci sono Mario Trapassi, Salvatore Bartolotta e Stefano Li Sacchi. Nell'auto di servizio, l'autista Giovanni Paparcuri, parzialmente protetto dalla blindatura, è gravemente ferito e privo di sensi.

La strage dell'83

Ci sono decine di feriti, anche all'interno delle abitazioni. E tra i feriti due bambini. Era la preoccupazione più grande, per Rocco Chinnici, negli ultimi tempi, quella di poter coinvolgere in un possibile attentato un familiare, un passante, un uomo della scorta.

Se avesse potuto, avrebbe chiesto che altri uomini non morissero con lui. Per secondi lunghi come ore, dopo l'assordante fragore c'è un silenzio irreale su quella scena irreale.

Poi le grida di dolore, di disperazione, le sirene di polizia e carabinieri con gli agenti che scendono dalle volanti e rimangono impietriti e sbigottiti senza sapere cosa fare. Più tardi la rabbia, il brusio, le telecamere, i curiosi, i rilevamenti, le autorità, gli amici, i parenti, alcuni cittadini.

Una ferita profonda alla coscienza civile della città, questa volta anche a quella parte allora solitamente indifferente o convinta che, in fondo, chi fa questa fine, anche se nel giusto, se la va un po' a cercare. Non più soltanto pochi grammi di piombo e polvere da sparo. Ma tritolo. A quintali.

E non si resta indifferenti. Uno scenario impensabile in un paese civile. Eppure destinato a ripetersi. Altre due volte: il 23 maggio 1992 per Giovanni Falcone e il 19 luglio 1992 per Paolo Borsellino.

La nascita del pool antimafia

Rocco Chinnici è nato a Misilmeri il 19 gennaio del 1925. Entrato in magistratura nel 1952, Dopo un lungo periodo di permanenza a Partanna come pretore, nell'aprile del 1966 si trasferisce a Palermo, giudice dell'ottava sezione dell'Ufficio Istruzione del Tribunale.

Dai primi anni Settanta inizia a occuparsi di delicati processi di mafia. Nel 1975 diviene consigliere istruttore aggiunto. Quattro anni dopo, nel 1979, è nominato consigliere istruttore, proprio negli anni in cui la mafia sferrava un terribile attacco allo Stato.

Chinnici ha allora una intuizione che fa di lui un magistrato particolarmente moderno: progetta e crea, nel suo ufficio, un gruppo di lavoro, una scelta per allora rivoluzionaria e non ancora supportata da un apposito sostegno legislativo, dando forma a quello che sarà poi definito "Pool antimafia".

Accanto a sé, Chinnici chiama due giovani magistrati: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Ed è proprio con loro che mette in cantiere i primi atti d'indagine di quelli che si caratterizzeranno come i più importanti processi di mafia degli anni Ottanta.

L'attività del Giudice Chinnici non si esaurisce, però, all'interno delle aule giudiziarie: è un magistrato impegnato a sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni, rivolgendosi, particolarmente, alle giovani generazioni.

Venne ucciso il 29 luglio del 1983 all'età di cinquantotto anni, con il primo attentato che utilizza la tecnica dell'esplosivo comandato a distanza.

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