Roma: la frode dell''Ape Malandra', scontro tra imprenditrice e venditrici

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(di Silvia Mancinelli) - A bordo dell'Ape Piaggio griffato "Malandra", vendevano capi di abbigliamento di un brand diverso spacciandoli per quelli creati dalla loro datrice di lavoro e proprietaria del marchio venduto esclusivamente in tutta Italia su "negozi a tre ruote". Con questa accusa due donne romane di 57 e 55 anni sonno state portate in tribunale da Valeria Ferlini, l'imprenditrice veronese pluripremiata non solo per l'idea innovativa di commercio, nata nel 2004, ma anche per la collaborazione nella produzione delle detenute di San Vittore.  

Frode in commercio l'accusa contestata e riconosciuta questa mattina in aula dal giudice Chiara Riva che ha condannato le due per un singolo episodio alla pena pecuniaria. "Con la tale condanna è stato tutelato il marchio e la società di Valeria Ferlini, titolare di diversi brand tra cui 'Valeria Ferlini', 'Malandra' e 'Moving shop'. Ora attendiamo le motivazioni del Tribunale di Roma", commenta all'Adnkronos l'avvocato Gabriele Maria Vitiello. "Sono stata pugnalata alle spalle dalle due venditrici di Roma - aggiunge Valeria Ferlini - che consideravo collaboratrici storiche e addirittura amiche. Hanno utilizzato l'Ape Malandra per un commercio parallelo di prodotti che, spacciati per miei, non appartenevano a nessuna delle mie collezioni. Oggi si chiude in parte un triste capitolo dove le due hanno 'bucato' in tutti i sensi il progetto in termini di lealtà correttezza onestà intellettuale e comportamentale. Ogni menzogna è un debito con la verità. E oggi ringrazio per questa sentenza". 

Si dice "moderatamente soddisfatta" anche l'avvocato Fiammetta Fiammari, legale di una delle due imputate: "Su tre capi di imputazione entrambe sono state assolte con formula ampia - spiega all'Adnkronos - riconoscendo la responsabilità nella frode in commercio per un unico episodio. Stiamo valutando gli estremi di un appello per la confusione di quanto dichiarato dai testi sebbene la sentenza a noi non dispiaccia, rispetto alla fattispecie enorme delineata". 

"E' una sentenza sostanzialmente assolutoria - le fa eco l'avvocato dell'altra venditrice, Domenico Battista - salvo una minima ipotesi su cui è stata ritenuta sussistere la condotta, tra l'altro un singolo capo di vestiario di minimo valore, per l'esattezza un poncho. A fronte di una contestazione ampia che prevedeva l'ipotesi di frode in commercio continuata per capi abbigliamento di un determinato marchio, il giudice ha assolto con formula ampia perché non sussiste il fatto e ha condannato a 2mila euro di multa le due donne, una pena misera rispetto all'anno di reclusione chiesto dal pubblico ministero e limitata a un episodio specifico".