Rottura col Ppe, i socialisti puntano al Sassoli bis

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European Parliament President David Sassoli attends a press conference after the presentation of the programme of the activities of the Slovenian Presidency during a plenary session at the European Parliament in Strasbourg, on July 6, 2021. (Photo by PATRICK HERTZOG / AFP) (Photo by PATRICK HERTZOG/AFP via Getty Images) (Photo: PATRICK HERTZOG via Getty Images)
European Parliament President David Sassoli attends a press conference after the presentation of the programme of the activities of the Slovenian Presidency during a plenary session at the European Parliament in Strasbourg, on July 6, 2021. (Photo by PATRICK HERTZOG / AFP) (Photo by PATRICK HERTZOG/AFP via Getty Images) (Photo: PATRICK HERTZOG via Getty Images)

“Non ci sono le condizioni per votare un candidato del Ppe” alla presidenza del Parlamento Europeo per la scadenza di metà mandato. Una fonte dei Socialisti&Democratici ci anticipa così l’esito della riunione del gruppo con il presidente attuale del Parlamento europeo David Sassoli, in programma oggi a Strasburgo dove l’Eurocamera è riunita in plenaria. Alla vigilia delle votazioni nel gruppo del Ppe per la scelta del candidato alla presidenza - domani dovrebbe essere nominata la maltese Roberta Metsola - i socialisti ufficializzano ciò che era nell’aria da mesi: all’appuntamento con l’elezione del presidente a gennaio, proprio negli stessi giorni in cui il Parlamento italiano sceglierà il successore di Sergio Mattarella al Quirinale, avranno un loro candidato. Chi? Sassoli. Reduce da due mesi di malattia per polmonite, il presidente, con il sostegno del suo gruppo, è determinato a correre per il secondo mandato per la parte restante della legislatura europea.

Dunque, ufficialmente a partire da oggi, il patto del 2019 tra socialisti e popolari, secondo cui a Sassoli sarebbe subentrato il presidente del Ppe Manfred Weber, non esiste più. Non solo perchè Weber si è ritirato dalla corsa già a settembre. Ma anche per una serie di altre ragioni. Secondo i socialisti, “è stato il Ppe a stracciare quel patto quando ha sostenuto la nomina del conservatore irlandese Paschal Donohoe alla presidenza dell’Eurogruppo, incarico che invece doveva andare alla ministra socialista spagnola Nadia Calvino”. La nomina di Donohoe a capo dei ministri finanziari dell’Ue nel 2020 ha cambiato l’equilibrio politico nelle istituzioni europee estromettendo i socialisti dai vertici: la presidente della Commissione Europea Ursula von Leyen è del Ppe, il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel è liberale, in quota al gruppo politico macroniano ‘Renew Europe’.

È per questo che “la presidenza del Parlamento Europeo deve restare socialista”, insistono le stesse fonti parlamentari. Tanto più che, dopo le elezioni tedesche, sono cambiati anche gli equilibri europei in generale, il Ppe non governa nei maggiori paesi dell’Ue: Germania, Francia, Spagna, mentre in Italia governa con il Pd.

“Non siamo qui a parlare di me”, esordisce Sassoli alla riunione del gruppo. Ma poi argomenta: “Sono al servizio del mio gruppo. Ma non possiamo permetterci di portare questa casa alle elezioni con una coalizione a trazione conservatrice. Sarebbe un errore politico in un momento in cui in Europa siamo in vantaggio come famiglia politica. Non è accettabile farci portare alle elezioni europee da un circolo di conservatori”.

L’ufficializzazione dello strappo è il fischio di inizio della competizione e chiama in causa gli altri gruppi del Parlamento europeo. Come si schiereranno i Verdi e i Liberali?

I primi si dicono aperti “ai negoziati” e “abbiamo anche qualcosa da chiedere”, dice la co-presidente del gruppo dei Verdi Ska Keller. Con la presidenza del Parlamento, si rinnovano anche le presidenze delle Commissioni. “Pensiamo che sia importante guardare alla rappresentazione della società”, aggiunge l’eurodeputata tedesca a Strasburgo.

Per i Verdi, che in Germania stanno per inaugurare una coalizione di governo con i socialisti, è alquanto complicato appoggiare il candidato del Ppe. Tanto più che la maltese Metsola rappresenta la parte più a destra dei Popolari e lo stesso Weber si sta spostando sempre più su posizioni vicine a Orban o ai Conservatori del Pis polacco e Giorgia Meloni. “Se servono barriere fisiche per respingere i migranti, facciamole”, insiste Weber anche oggi a Strasburgo. A sentire alcune fonti parlamentari, la sua sarebbe una tattica per puntare ai voti dell’estrema destra a sostegno di Metsola ora che non c’è più il patto con i socialisti. Ma si tratterebbe di una strada complicata: tra i nazionalisti Weber viene additato come il maggior responsabile dell’addio forzato di Orban al Ppe. Complicato insomma tornare indietro, seppure a destra.

E comunque il problema non verrebbe risolto perché difficilmente i voti della destra (dai conservatori di Ecr ai sovranisti di Identità e Democrazia) si sommerebbero a quelli dei Liberali, per non parlare dei Verdi. Già: e Renew Europe come si schiera?

Ufficialmente il presidente del gruppo Stephane Sejourne si dice certo che “alla fine si arriverà ad un accordo tra tre famiglie politiche”, da intendersi come Ppe, Socialisti&Democratici e loro, i liberali: 423 voti su un totale di 705 eletti. Socialisti, liberali e Verdi infatti non ce la fanno a eleggere un presidente da soli: arrivano a 318 voti. Sommando gli 8 del M5s, sono 326: comunque pochi. Raggiugerebbero una maggioranza pur risicata con la sinistra del Gue (altri 39 voti). Esperimento non impossibile, anche se - sottolineano un po’ tutte le fonti parlamentari - un accordo vero e solido sul nome di Sassoli passa solo attraverso un’intesa tra i leader europei, a partire da Macron che questa settimana sarà in Italia per la firma del Patto del Quirinale e il 9 dicembre ospiterà a Parigi una riunione con von der Leyen, Michel e lo stesso Sassoli per mettere a punto il programma della presidenza francese dell’Ue, di turno a partire da gennaio.

È dunque ancora presto per giungere a conclusioni sulla posizione ufficiale del gruppo liberale a egemonia macroniana, gruppo in cui siedono anche i due eurodeputati renziani Sandro Gozi e Nicola Danti. Ma anche i liberali, come i Verdi, stanno per dar vita ad un governo con i socialisti in Germania: un’alleanza che in teoria dovrebbe vivere anche a livello europeo e dunque anche per loro diventa difficile, se non impossibile, avvicinarsi ad un Ppe sempre più spostato a destra.

A meno che - e questa è la lettura sostenuta da altre fonti parlamentari - l’ultimo Weber filo-sovranista non si spieghi con l’ambizione del tedesco a diventare presidente del partito, incarico che ora è ricoperto dal conservatore polacco Donald Tusk, moderato rispetto a Kaczinsky ma sulla sua stessa linea nazionalista in merito al respingimento dei migranti ammassati al confine con la Bielorussia grazie alle macchinazioni di Lukashenko. In questo caso, la partita al Parlamento Europeo assumerebbe contorni del tutto diversi e le oscillazioni di Weber si spiegherebbero con le sue ambizioni personali, più che come un modo per far conquistare la presidenza dell’Eurocamera al Ppe.

Oltre a Metsola, gli altri candidati tra i Popolari sono l’olandese Esther de Lange e l’austriaco Othmar Karas. Ma la maltese ha le maggiori chance di vittoria alle ‘primarie’ di domani. Non senza veleni interni. Nel Ppe c’è chi, a microfoni spenti, accusa la Cdu tedesca di voler conquistare delle posizioni di potere in Europa, nonostante la sconfitta elettorale in Germania. Secondo queste voci, Metsola, originaria di un paese piccolo dell’Ue e dunque senza un grande peso specifico nell’Unione, sarebbe solo lo strumento di un nuovo potere tedesco, giacchè sarebbe circondata da dirigenti tedeschi che verrebbero nominati con la sua elezione.

Vero o falso che sia, per ora c’è di certo che Sassoli è in pista, che i socialisti non appoggeranno un candidato dei Popolari, che le due maggiori famiglie politiche europee si contendono la presidenza dell’Europarlamento. Un po’ come successe nel 2017, quando i socialisti sfidarono i Popolari candidando Gianni Pittella contro Antonio Tajani nella successione al socialista tedesco Martin Schulz. Vinse Tajani. Ma ora c’è molto di diverso, insistono i socialisti: sono finiti anche in Germania i tempi della Grande Coalizione.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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