RU486: l'Italia, fanalino di coda

Nel 2010 la RU486 è stata utilizzata 3.836 volte: un dato che corrisponde a circa il 3% delle interruzioni di gravidanza volontarie nell'anno; quasi analoga la cifra per il solo primo semestre del 2011: 3.404. Per i mesi successivi non sono stati ancora elaborati i dati, ma il trend dimostra che c'è una crescita del numero percentuale di aborti farmacologici. E' quanto emerge dalla relazione che il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha inviato in mattinata ai Presidenti del Senato e della Camera.

Come noto, la RU486 rientra comunque sotto la  disciplina dalla legge n. 194 del 1978: dal 2005 in poi gli istituti ospedalieri hanno iniziato l'uso dei farmaci per l'interruzione della gravidanza, con quello che si chiama aborto farmacologico o aborto medico: un'alternativa all'aborto chirurgico.

Il commercio è operativo, in Italia, solamente dal 2009, e il suo utilizzo è oggetto di enormi polemiche da parte del Vaticano e della comunità cattolica antiabortista. 

Nel resto dell'Unione Europea, il farmaco è in commercio da tempo. In Francia è stata commercializzata per la prima volta nel 1988, in Gran Bretagna nel 1990, in Spagna nel 1994 e in Germania nel 1999. Insomma, il nostro paese è in ritardo di 10 anni, e l'approvazione della commercializzazione del farmaco è stata fortemente osteggiata dal Vaticano. Al momento, il mifepristone non è ancora utilizzabile in Irlanda, dove l'aborto è illegale, o in Polonia, dove è fortemente osteggiato.

Negli USA l'approvazione del farmaco risale al 2000. La percentuale degli aborti farmacologici rispetto a quelli totali è aumentata di anno in anno, fino ad arrivare al 32% di tutti gli aborti negli Stati Uniti. Naturalmente, anche qui è la comunità pro-life a dare battaglia perché il farmaco non venga utilizzato.

I dati sono frammentari, ma l'andamento è analogo in tutti i paesi: in Francia il 47% degli aborti è farmacologico e non chirurgico, in Inghilterra e in Galles la RU486 supera la metà delle interruzioni di gravidanza (52%). In Scozia addirittura l'81,2% degli aborti precoci (ovvero inferiori a 9 settimane di gestazione) avviene attraverso l'uso del farmaco.

Anche in questo, l'Italia è evidentemente fanalino di coda, dunque. E solamente nel nostro paese è previsto un ricovero di tre giorni per chi fa uso della RU486, e non il day hospital come invece accade per l'aborto farmacologico. La cosa ha del sorprendente, così come è sorprendente la battaglia ideologica fatta nel nostro paese contro la pillola abortiva.

Il trend di crescita, tuttavia, non viene affatto giudicato positivamente dagli ambienti cattolici: Marina Casini (ricercatrice di bioetica presso la Facoltà di Medicina  e Chirurgia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore a Roma), dichiara, per esempio, a Famiglia Cristiana: «Risulta evidente che la Ru 486 è diventata uno strumento per banalizzare e privatizzare l’aborto esasperando al massimo il concetto di “libera scelta”. Andando peraltro contro la stessa legge 194 che, pur nella sua profonda ingiustizia, è stata fatta per contrastare la privatizzazione di questo fenomeno». Qui però si entra veramente in questioni ideologiche, vecchie parecchi decenni, che mettono ancora in dubbio il diritto a prendere una decisione difficile come quella dell'aborto, una decisione che dovrebbe essere un fatto privato e personale, non oggetto di dibattito. Inoltre, il numero complessivo delle interruzioni volontarie di gravidanza in Italia è comunque in dimunuzione (-5,6%).

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