Ruby ter, legale Karima ai giudici: caso alla Consulta

Fcz

Milano, 23 set. (askanews) - La norma italiana che regolamenta il reato di corruzione in atti giudiziari presenta profili di incostituzionalità perchè "impone" al testimone di assumere la qualifica di pubblico ufficiale. E' l'argomentazione giuridica sostenuta dall'avvocato Jacopo Pensa, difensore di Karima El Marough nel processo Ruby ter, per chiedere al Tribunale di Milano di sollevare davanti alla Consulta una questione di legittimità costituzionale sull'articolo 319 ter del codice penale e su altre norme che riguardano il reato di corruzione in atti giudiziari.

La giovane marocchina è uno dei 29 imputati nel processo "Ruby ter": è accusata di corruzione in atti giudiziari e falsa testimonianza perchè, secondo l'imputazione formulata dal procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e dal pm Luca Gaglio, sarebbe stata corrotta da Silvio Berlusconi (così come molti altri ospiti dei festini di Villa San Martino), per rendere dichiarazioni reticenti o false sulle serate del "bunga bunga" di Arcore. "Il problema - ha spiegato in aula il suo difensore - sta tutto nell'automatismo nell'identità tra il testimone il pubblico ufficiale. Il reato di corruzione in atti giudiziari implica un pactum sceleris tra il corruttore e un testimone proprio perchè quest'ultimo ha assunto la qualifica di pubblico ufficiale. In genere un testimone è una persona completamente estranea al mondo della giustizia e viene citata in Tribunale solo per rendere una deposizione. Al momento della lettura della formula, assume la qualifica di pubblico ufficiale senza saperlo. Nessuno lo informa che da quel momento diventa pubblica ufficiale. In pratica, quella di pubblico ufficiale è una qualifica imposta al testimone, che poi dovrà assumersi tutte le conseguenze, senza che lo stesso testimone ne venga informato. Il reato di corruzione in atti giudiziari prevede che il testimone metta in vendita la sua funzione di pubblico ufficiale in cambio di una ricompensa. Solo che qui non c'è la funzione". L'avvocato Pensa si è anche richiamato ai principi sanciti dall'ordinamento europeo, che all'art. 7 "impone il dovere di dare un'informazione chiara", per chiedere ai giudici della Settima Sezione Penale del Tribunale di Milano di sollevare, davanti alla Consulta, "il dubbio sull'incostituzionalità" delle normativa italiana che regolamenta il reato di corruzione in atti giudiziari.

Il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano non ha replicato in aula, ma esporrà controargomentazioni in una memoria da depositare al Tribunale. "La questione di legittimità costituzionale - si è limitata a dire il magistrato - secondo non non è pregiudizievole allo svolgimento del dibattimento". Secondo l'avvocato Gabriella Vanadia, che rappresenta la parte civile, è una richiesta "inammissibile e inforndata". I giudici sono entrati in riserva e la loro decisione arriverà in una delle prossime udienze. Il processo va avanti con la deposizione dei primi testimoni dell'accusa.