Russiagate, ex capo Nsa Rogers collabora con procuratore Durham

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Di Marco Liconti.L'ammiraglio in pensione Michael Rogers, ex direttore della National Security Agency, ha collaborato con la contro indagine sull'origine del Russiagate condotta dal procuratore John Durham. Lo riporta il sito The Intercept, citando diverse fonti a conoscenza della partecipazione di Rogers all'indagine. Secondo le fonti, l'ex capo dell'Nsa ha incontrato il procuratore Durham in più occasioni e la sua partecipazione all'indagine è avvenuta volontariamente. Rogers, ritiratosi nel maggio del 2018, non ha voluto commentare la notizia.  

"E' stato molto collaborativo", ha riferito un ex funzionario di intelligence a conoscenza degli incontri tra Rogers e il team di Durham. I media Usa nelle scorse settimane hanno riportato che il procuratore Durham intende interrogare sia l'ex direttore della Cia John Brennan che l'ex direttore della National Intelligence, James Clapper. Non è al momento chiaro se questi interrogatori siano già avvenuti.  

Su mandato del ministro della Giustizia William Barr, il procuratore Durham sta indagando sulla genesi dell'indagine condotta dall'Fbi sui presunti rapporti (poi non dimostrati) tra la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia. Secondo quanto emerso negli ultimi mesi, Durham starebbe vagliando non solo l'operato dell'Fbi e di altre agenzie Usa, come la Cia, ma anche il possibile coinvolgimento di servizi di intelligence occidentali.  

Nell'ambito dell'indagine, che ha assunto natura penale, Barr e Durham hanno avuto contatti con le autorità australiane e britanniche e in due occasioni, ad agosto e a settembre, sono stati a Roma per incontrare i vertici dell'intelligence italiana, che hanno negato ripetutamente qualsiasi coinvolgimento nella vicenda Russiagate.  

In una recente intervista a Fox News Barr ha fornito nuovi dettagli sull’indagine di Durham. Il procuratore, ha detto Barr, “non sta guardando solo all’Fbi. Sta guardando ad altre agenzie e anche ad attori privati. Quindi, è un’indagine molto più ampia”. Inoltre, ha aggiunto l’attorney general, Durham non sta solo indagando sulla condotta dell’Fbi per ottenere i mandati per mettere sotto sorveglianza la campagna di Trump, ma “sta guardando all’intera condotta sia prima che dopo le elezioni”.  

Finora, il rapporto diffuso nei giorni scorsi dall’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz, ha appurato che nell’avviare l’indagine sulla presunta collusione (poi non dimostrata) tra la campagna elettorale di Donald Trump e la Russia, l’Fbi ha compiuti numerosi “errori ed omissioni”, senza però che vi fosse una volontà politica di danneggiare il candidato repubblicano. Sia Barr che Durham hanno preso le distanze dalle conclusioni di Horowitz, ritenendole non soddisfacenti.  

Più volte i media Usa hanno riferito che tra gli aspetti sui quali Durham si starebbe concentrando sarebbero compresi non solo i comportamenti di Fbi e Cia, ma anche l’eventuale coinvolgimento di servizi di intelligence occidentali di Paesi alleati. Secondo quanto trapelato in queste settimane da fonti vicine all’indagine, il procuratore Durham rimane interessato a verificare la figura di Joseph Mifsud, il misterioso professore maltese legato alla Link Campus University di Roma.  

Mifsud, scomparso da oltre due anni, sarebbe il “professore straniero” citato più volte nel rapporto del procuratore speciale Robert Mueller e anche in quello dell’ispettore generale Horowitz, che nella primavera del 2016 offrì all’allora consulente della campagna di Trump, George Papadopoulos, materiale “sporco” su Hillary Clinton, sotto forma di migliaia di email hackerate, in possesso dei russi.  

Da quel primo contatto tra Mifsud e Papadopoulos, nacque l’indagine dell’Fbi sui presunti rapporti Trump-Russia, poi accorpata nell’indagine del procuratore Mueller, che non riuscì a dimostrare alcun coordinamento tra l’allora candidato repubblicano e Mosca ai danni della Clinton. Secondo la tesi della Casa Bianca, Mifsud non era un “agente russo”, ma un ‘asset’ dell’intelligence occidentale, usato come ‘agente provocatore’ per danneggiare la campagna Trump.