"S'è perso il senso delle parole: l'Ulivo non è una pochette"

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Romano Prodi, Massimo D'Alema, Enrico Letta e Giuseppe Conte (Photo: HuffPost)
Romano Prodi, Massimo D'Alema, Enrico Letta e Giuseppe Conte (Photo: HuffPost)

L’incendio sul tetto di Palazzo Theodoli, sinistro presagio: “Eravamo nel cortile di Palazzo Chigi – racconta Romano Prodi nella sua autobiografia – con Parisi e Di Pietro e stavamo seguendo l’intervento dei vigili del fuoco”. Il giorno dopo, il 9 ottobre di ventitré anni fa, avrebbe preso fuoco l’Ulivo in Aula: “Ci era chiaro che avremmo potuto perdere di uno – ricorda Arturo Parisi ad HuffPost – ma quella di consacrare la crisi in Aula fu una precisa scelta, non un errore. Scegliemmo di perdere in Parlamento sotto gli occhi dell’elettori che ci avevano dato il mandato”.

Ventitré anni dopo, quasi un quarto di secolo a cavallo tra due secoli, lo “spirito” o “lo spettro dell’Ulivo” si aggira per lo strano continente del centrosinistra: “Perché quella vittoria, categoria che non è immediato associare alla sinistra, ebbe un carattere mitico. È ben augurante evocarlo, ma quello fu l’unico Ulivo. Le condizioni, a partire dalla legge elettorale fondata sui collegi, sono oggi indisponibili”. Quello doc insomma, diffidare dalle imitazioni e dalle rievocazioni, al tempo stesso, mito e ferita, da Bertinotti che ne affossò la prima versione, al Partito democratico, la cui nascita terremotò il secondo: il caravan serraglio da Mastella a Bertinotti, dieci anni dopo, quello delle 102 poltrone tra ministri, viceministri e sottosegretari, delle ducentottantuno pagine di programma per tenere assieme diavolo e acqua santa e dei mille partiti e partitini, con i Ds al posto del Pds, la Margherita che univa popolari, prodiani e diniani, la Rosa nel Pugno al posto dei socialisti, l’Udeur di Mastella, i verdi, i comunisti italiani nati dalla scissione di Rifondazione sul Prodi 1, i repubblicani di Luciana Sbarbati e pure l’aiuto di qualche senatore a vita. Lasciamo perdere Mastella e il trozkista Turigliatto, e anche i ministri in piazza. Era chiaro che col Pd non sarebbe durato: “Vedo – prosegue il professor Parisi - che ne rievocano lo spirito quasi tutti quelli che lo accompagnarono alla fine. Alla festa dei 70 anni di Bersani, a parte Prodi, c’erano tutti quelli che gli fecero la festa”.

Ci risiamo, l’antica faida, col primo indiziato baffuto, che a Gargonza nel Castello dei Guicciardini Corsi Salvati pronunciò, l’anno prima del rogo, il memorabile discorso, considerato un’impronta digitale preventiva su ciò che sarebbe accaduto poi: “L’idea che si possa eliminare la politica come ramo specialistico per restituirla tout court ai cittadini è un mito estremista che ha prodotto o dittature sanguinarie o Berlusconi, e i “comitati”, questi raggruppamenti della cosiddetta società civile, sono un sottoprodotto rispetto a queste due tragedie. Non servono a governare, ma a fare una politica tardo sessantottesca”. Beh, proprio un D’Alema d’annata: “I professionisti della politica, che ci consideravano dei dilettanti, ci dicevano: date le dimissioni e il presidente vi reincarica. Il punto era il fondamento della legittimazione: per noi era il voto popolare, per loro i partiti”, così chiosa Parisi, e si capisce che il modo ancor l’offende.

In mezzo, tra il primo e il secondo Ulivo, anni di dibattito da iniziati su “regole” e “programma”, “contenitori” e “contenuti”, sin da quando Piero Fassino, nell’estate del 2002, propose una “cabina di regia del centrosinistra, mentre nel frattempo si formò un gruppo di nome Artemide, iperulivisti di Ds e Margherita: sessioni fiume per decidere anche come decidere, maggioranza relativa, assoluta, due terzi, materie di sovranità comune, materie da lasciare ai singoli partiti. All’incontro decisivo si presentò Luciano Violante che propose l’utilizzo del “lodo Iotti”, un articolato sistema di regole, per approvare gli emendamenti. Fu l’ultima volta. A ripensarci oggi, si capiscono tante cose, compresi i “vaffa” che sarebbero arrivati, quando coi portafogli svuotati, ci sta pure che la gente s’incazza col Palazzo che si parla addosso.

Anni di false partenze, fiumi di interviste, anche per dire di “non fare interviste” per definire in codici e codicilli il famoso Ulivo. Dopo le regole, è la volta della Costituente, e ne fallirono almeno tre sul tema di chi dovesse partecipare: “Sfuggire alla discussione sui contenitori, vezzo sacerdotale da epoca pre-concilio Vaticano II”, scrisse a un certo punto il dottor Sottile in una delle tante bozze. Tra “federazione di partiti” detta Fed, Fed, come nucleo riformista nell’ambito della Gad (grande alleanza democratica), “partito nuovo”, “modello confederale sul modello Cgil-Cisl e Uil”, varie bozze rieccolo: l’Ulivo, come lista per le europee del 2004, riproposto nel 2006, ma solo alla Camera, come gamba dell’Unione.

Ricompare sempre, cambiato, snaturato quasi “a prescindere” direbbe Totò, da quel che è stato nella storia (non proprio un trionfo) e pure dalle ricadute dell’evocazione: “Se Renzi forza – disse Bersani annunciando la scissione – è finito il Pd. E non nasce la Cosa 3 di D’Alema, di Bersani o di altri, ma un soggetto ulivista, largo, plurale, democratico”. Dieci anni prima, quando del Pd Bersani divenne segretario, rispolverò anche la Canzone popolare di Fossati, colonna sonora della vittoria del 1996. Diamogli atto a Bersani che a Prodi vuole bene davvero, se non altro per amore comune di quel gran pezzo dell’Emilia (ah, chissà che direbbe oggi il compianto Berselli). È l’Ulivo antropologico, pragmatico, cooperativo, un po’ alla Nanni Moretti che ad Hyde Park urlava “il nostro modello non è la Russia, ma l’Emilia Romagna”. È questa roba qua, detta in bersanese, la favola bella, direbbe il poeta, “che ieri ci illuse e che oggi ci illude”. E si nutre delle amnesie, come quella volta che il fondatore fu impallinato al Quirinale, per colpa dell’uno, per colpa dell’altro, e pure per colpa di chi lo ha mandato allo sbaraglio.

Poi quel che è nato è nato, dalla costola del Pd, non andiamo tanto per il sottile su peso e larghezza, ma la canzone è sempre la stessa, meno popolare però. È la canzone di ciò che poi non è risuscitato, ma adesso viene riproposto con i Cinque Stelle, in attesa del dibattito sul Papa straniero e sul “nuovo Prodi”, carica di cui, nell’epoca della sbornia governista dopo l’astinenza nell’anno gialloverde, fu insignito l’avvocato dei decreti sicurezza con Salvini, “l’uomo più popolare d’Italia”, prima che le urne smentissero gli effetti (o le casalinate) speciali: “È tutto un pasticcio – ci dice con olimpico distacco il professor Parisi – perché si è perso il senso delle parole fino all’inaffidabilità delle parole. Il nuovo Ulivo viene venduto come l’alleanza tra il centro e la sinistra dove i Cinque stelle dovrebbero fare il centro. Come se bastasse una camicia inamidata e una pochette... È roba che in altri tempi la gente si sarebbe rotolata per terra dalle risate”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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