Salute degli italiani più precaria dopo tre anni di Covid

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Roma, 15 giu. (askanews) -  Dopo oltre due anni di pandemia, la salute degli italiani appare sempre più precaria: hanno giocato un ruolo chiave nell'indebolirla diversi fattori, da un lato il fatto che ci si è recati meno alle visite di controllo (con un peso elevato soprattutto sulle cronicità) e specialistiche, dall'altro il peggioramento, per molti versi, degli stili di vita degli italiani "sopraffatti" dalla pandemia: per esempio dal 2019 al 2020 si è assistito a un aumento dei consumi a rischio di alcolici pari al +6,5% per i maschi e al +5,6% per le femmine. Inoltre, complici le chiusure e le restrizioni, è diminuita anche la quota di sportivi regolari. L'emergenza Covid-19 ha avuto un impatto molto forte sulle strutture sanitarie, il rischio del contagio, il rinvio delle attività chirurgiche programmate e di quelle ambulatoriali, la riorganizzazione delle strutture di assistenza e la riallocazione del personale, nonché l'assorbimento pressoché totale delle risorse territoriali nella lotta alla pandemia hanno determinato una riduzione della presa in carico e della continuità assistenziale per i pazienti con patologie acute e croniche, con conseguenze in termini di salute ancora poco conosciute e quantificabili, ma i cui effetti si paleseranno sulla società e sui servizi sanitari probabilmente nei prossimi anni. I dati parlano chiaro, si sono ridotte le visite specialistiche, infatti, se nel 2019 sono state erogate circa 26 milioni e 600 mila prime visite, nel corso del 2020, le prime visite sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 17 milioni e 700 mila. Sempre nel 2019, sono state erogate circa 32 milioni e 700 mila visite di controllo. Nel 2020, anche le visite di controllo sono diminuite di circa un terzo, ammontando a circa 22 milioni e 500 mila. Si sono ridotti gli interventi programmati che sono strategici per la prevenzione e contrastano la mortalità evitabile. Un esempio per tutti, l'intervento di bypass coronarico: nel 2020, un valore pari a 76,6 per 100.000, in diminuzione rispetto al 2019 (100,9 per 100.000). Con la pandemia si sono ridotte anche le coperture vaccinali: nel 2020 nessuna vaccinazione obbligatoria raggiunge il target raccomandato dall'OMS del 95%. Nell'ultimo anno i valori di copertura più alti si osservano per Tetano (94,04%), Pertosse (94,03%) e Poliomielite (94,02%), mentre Parotite (92,47%), Rosolia (92,21%) e Varicella (90,28%) presentano i valori più bassi. Anche il Servizio Sanitario Nazionale ha subito notevoli contraccolpi: c'è stata una contrazione notevole dei proventi propri delle aziende sanitarie (per esempio ticket e libera professione). I dati relativi alla compartecipazione alla spesa farmaceutica indicano una netta diminuzione: se nel periodo 2016-2019 ammontava a 1,6 miliardi (mld) medi annui, nel 2020 scende a 1,5 mld e tra gennaio-maggio 2021 è pari a 0,6 mld. Anche i proventi per l'assistenza specialistica appaiono ridotti: nel periodo 2016-2019 ammontavano a 1,8 mld annui; nel 2020 calano a 1,2 mld; tra gennaio-maggio 2021 il dato è di 0,6 mld. È quanto emerge in estrema sintesi dal XIX Rapporto Osservasalute 2021, curato dall'Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane che opera nell'ambito di Vihtaly, spin off dell'Università Cattolica, presso il campus di Roma. Questa nuova edizione di 655 pagine è frutto del lavoro di 240 ricercatori distribuiti su tutto il territorio italiano che operano presso Università, Agenzie regionali e provinciali di sanità, Assessorati regionali e provinciali, Aziende ospedaliere e Aziende sanitarie, Istituto Superiore di Sanità, Consiglio Nazionale delle Ricerche, Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori, Ministero della Salute, Agenzia Italiana del Farmaco, Istat. "La crisi sanitaria innescata dalla pandemia ha avuto effetti rilevanti sulle prestazioni ospedaliere - sottolinea il direttore scientifico di Osservasalute Alessandro Solipaca -. I dati del XIX Rapporto Osservasalute prendono in considerazione l'impatto dell'emergenza sanitaria sui ricoveri ospedalieri per patologie a elevato impatto sociale quali: protesi d'anca, somministrazione di chemioterapia in regime di RO e DH, assistenza per i pazienti diabetici, all'infarto miocardico acuto, malattia polmonare cronica ostruttiva (BPCO)". "È un segnale - aggiunge Solipaca - che, durante il Covid, è peggiorata la tempestività di certe prestazioni, con probabili ripercussioni sulla salute e la qualità della vita degli anziani". "Vedremo solo con il tempo - prospetta il professor Walter Ricciardi, direttore di Osservaslute e Ordinario di Igiene generale e applicata alla Facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università Cattolica, nonché consigliere del Ministro della Salute per l'emergenza da coronavirus - gli effetti dello tsunami Covid-19 sulla salute degli italiani e sull'equilibrio del sistema sanitario, senza considerare il profondo impatto che sta avendo e avrà sempre di più in futuro il long-Covid, che colpisce una cospicua quota di guariti, con sintomi persistenti che richiedono di essere monitorati e gestiti. Gli ultimi dati disponibili mostrano l'Italia prima in Europa con il più basso tasso di mortalità evitabile, infatti il tasso di mortalità evitabile era per quell'anno di 169 per 100 mila abitanti, ma resta da vedere se l'impatto che il Covid ha avuto su salute e comportamenti degli italiani e su efficacia di prevenzione e cura del sistema sanitario ci consentirà di mantenere questo primato per gli anni a venire".

Per esempio, anche se la quota di fumatori in Italia si va progressivamente riducendo, si vede che, secondo i dati dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS), durante il lockdown sono diminuiti i fumatori di sigarette tradizionali, ma sono aumentati i consumatori di tabacco riscaldato e sigaretta elettronica (Nel 2020, il 2,5% della popolazione di età 18 anni ed oltre dichiara di utilizzare la sigaretta elettronica), alto il numero anche di chi li ha provati per la prima volta proprio durante il lockdown. Tra i fumatori di sigarette tradizionali chi non è riuscito a smettere ha invece aumentato il numero di sigarette fumate. In alcune regioni la quota dei fumatori è aumentata in modo significativo, ad esempio in Lombardia, al 5° posto tra le regioni dove si fuma di più, mostra un incremento significativo di 2,4 punti percentuali rispetto al 2019 e arriva al 19,6% di fumatori.

Anche i consumi di alcolici sembrano aver risentito della pandemia: la prevalenza di consumatori a rischio in Italia, nel 2020, è pari al 22,9% per gli uomini e al 9,4% per le donne. Per gli uomini si registra, rispetto al 2019, un aumento a livello nazionale del 6,5% e a livello regionale del 27,0% in Molise, del 19,3% nella PA di Bolzano, del 17,9% in Veneto e del 15,0% in Lombardia. Per le donne si osserva un incremento complessivo delle consumatrici a rischio del 5,6% e a livello regionale soprattutto in Emilia-Romagna dove la prevalenza è passata dal 10,7% nel 2019 al 14,1% nel 2020. Nel corso dell'anno in cui è iniziata la pandemia si è assistito a una complessiva diminuzione degli astemi e dei non consumatori di bevande alcoliche.

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