Salute: Niger e' il posto peggiore al mondo per essere madre

Roma, 8 mag. (Adnkronos Salute) - E' lo Stato africano del Niger il posto peggiore al mondo per essere una madre, almeno secondo Save the Children. L'organizzazione ha stilato la classifica annuale che mette a confronto le condizioni per le madri in 165 Paesi, e sancisce il triste primato del Paese africano. La classifica tiene conto di un certo numero di fattori, tra cui sanità, istruzione, condizione economica e alimentazione. Nel Paese africano quasi un bimbo su tre è malnutrito, e uno su sette muore prima dei 5 anni.

Dunque in Niger c'è una crisi alimentare talmente grave da aver spinto quest'anno il Paese a sostituire l'Afghanistan nella parte inferiore della classifica di Save the Children. Dopo due anni all'ultima posizione, infatti, l'Afghanistan ha guadagnato un posto, grazie al maggior investimento negli operatori sanitari di prima linea. La crisi alimentare nella regione del Sahel sta invece minacciando la vita di un milione di giovanissimi, sottolinea Save the Children.

Per le madri i Paesi migliori in cui vivere sono, invece, Norvegia, Islanda, Svezia, Nuova Zelanda e Danimarca. Con l'Italia che si piazza al 21esimo posto nella classifica mondiale. Se una madre è "povera, oberata di lavoro, poco istruita e in cattive condizioni di salute, non può essere in grado di allattare il bambino in maniera adeguata, con effetti in gran parte irreversibili", avverte l'associazione. "Abbiamo urgente bisogno di una leadership globale sulla malnutrizione che si traduca in progetti nutrizionali in grado - dice Brendan Cox di Save the Children - di garantire la salute e la sopravvivenza di madri e bambini".

Secondo il tredicesimo Rapporto sullo Stato delle madri nel mondo, dunque, l'Italia è scesa in 2 anni dal 17esimo al 21esimo posto, e non è stata capace di segnare nell'ultimo anno progressi significativi. "La distanza abissale che separa le condizioni di donne e madri e dei loro figli tra il primo e l'ultimo Paese della classifica ben rappresenta le enormi disparità esistenti tra i paesi più sviluppati del pianeta e quelli più poveri", spiegano da Save the Children.

In Norvegia una donna riceve in media 18 anni di istruzione scolastica contro i 4 del Niger, dove a livello politico solo il 14% dei seggi in parlamento sono occupati da donne, contro il 40% dell'assemblea norvegese. Solo il 5% delle donne nigerine utilizza i moderni metodi contraccettivi, mentre sono ben 4 su 5 quelle che li utilizzano in Norvegia. L'esperienza della maternità segna, se possibile, distanze ancora maggiori: il 100% delle nascite nel Paese scandinavo, infatti, avviene con l'assistenza di personale medico specializzato, che è presente invece solo in un caso su tre in Niger, dove 1 mamma su 16 muore per cause legate alla gravidanza o al parto (il rischio di mortalità materna è di 1 su 7.600 in Norvegia).

E l'Italia? Con il suo 21esimo posto si colloca a metà dei 43 Paesi più sviluppati, alle spalle di Portogallo (15°), Spagna (16°) e Grecia (20°). Colpiscono in particolare in negativo i dati relativi alla condizione della donna e al suo ruolo o riconoscimento sociale nel nostro Paese. La percentuale delle donne sedute in Parlamento per esempio è pari al 21%, e, benché aumentata di un punto percentuale rispetto allo scorso anno, risulta inferiore rispetto a quella di Afganistan (28%), Angola (38%) o Mozambico (39%). Lo stipendio medio delle donne non va oltre al 49% di quello degli uomini a parità di mansioni; tra i Paesi sviluppati fanno peggio solo l'Austria (40%), il Giappone e Malta (45%), mentre invece 2 Paesi su 3 registrano una percentuale superiore al 60%. Solo il 41% delle donne italiane utilizza i moderni metodi contraccettivi, una percentuale inferiore a quella di Paesi come Botswana (42%), Zimbabwe (58%), ma anche Egitto (58%) e Tunisia (52%), e molto distante dall'82% della Norvegia.

E ancora: in India, a fronte di un Pil pro-capite pari a 1.500 dollari, il tasso di malnutrizione infantile è del 48%, contro il 23% del Vietnam dove il Pil è inferiore (1.200 dollari). Nei 30 Paesi meno sviluppati la percentuale di bambini affetti da rachitismo - causato dalla malnutrizione cronica – è del 40% o più, ed è peggiorata negli ultimi vent’anni in quattro tra gli ultimi 10 paesi della classifica. In Asia, nonostante i progressi fatti in alcuni paesi, il rachitismo colpisce la metà dei bambini che vivono in Afghanistan e India. E l’esposizione concreta al rischio di malnutrizione cronica riguarda oggi, nel mondo, ben 171 milioni di bambini. "Un quadro drammatico, e dobbiamo ormai fare i conti con un vero e proprio circolo vizioso in cui le madri, spesso già affette loro stesse da malnutrizione durante l’infanzia, danno luce a neonati sottopeso perché non nutriti adeguatamente nel loro grembo durante la gestazione", dice Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia.

"C’è una stretta correlazione tra le condizioni in cui versa una madre, sia fisiche che di lavoro o istruzione, e le condizioni di salute del suo bambino. Il rapporto segnala come nell’Africa Sub-sahariana fino al 20% delle donne è ritenuto in condizioni di sottopeso eccessivo, e la percentuale sale fino al 35%, più di 1 donna su 3, nell’Asia meridionale. E’ chiaro che queste donne hanno un’elevata probabilità di mettere al mondo un figlio con un quadro di salute precario". Il Rapporto dedica una particolare attenzione ai primi 1000 giorni di vita del bambino, che vanno dal concepimento al completamento del secondo anno. "E' l’unica finestra che abbiamo per intervenire per interrompere il circolo vizioso e proteggere le donne incinte e i loro nascituri dagli effetti devastanti della denutrizione. Per questo Save the Children fa appello ai leader mondiali che saranno presenti al prossimo G8 e ai governi dei Paesi in via di sviluppo per maggiori risorse e programmi specifici di intervento contro la malnutrizione, ma è impegnata direttamente con la campagna globale Every One a salvare direttamente centinaia di migliaia di bambini", aggiunge.

"Le soluzioni semplici e a basso costo ci sono. Con una maggiore diffusione della pratica di allattamento al seno, si potrebbero salvare un milione di bambini in più all’anno. Ancora oggi invece, meno del 40% di tutti i nati nei Paesi in via di sviluppo riceve i benefici di questa pratica e in Niger solo il 27% è allattato al seno nei primi 6 mesi" conclude Neri. Se venissero impiegati anche altri rimedi come ferro folato, vitamina a, zinco, norme igieniche di base e nutrizione integrativa, "che un operatore sanitario di comunità preparato potrebbe facilmente applicare nei primi 1000 giorni a un costo inferiore ai 20 dollari per bambino, si potrebbero salvare un ulteriore milione di bambini ogni anno", afferma Save the Children.

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