Salvini come Zelig

Giuseppe Alberto Falci

Matteo Salvini come lo Zelig di Woody Allen, l’uomo che muta personalità a seconda della necessità, del contesto, dell’interlocutore con cui è chiamato a confrontarsi. Se la sua piazza è il Foglio, di Claudio Cerasa, porge l’altra guancia, modera i toni, e si professa europeista. Se invece  è invece la sua piazza è quella di Bruno Vespa, il salotto televisivo della politica italiana, lì il nostro, che fa? Indossa l’abito blu, la cravatta, recita la parte del poliziotto buono e fa recitare a Matteo Renzi quella del poliziotto cattivo, del bullo, e cerca di evadere le domande che riguardano Moscopoli. Si difende, ma non reagisce. E poi ci sarà il Salvini di piazza San Giovanni, che sarà diverso dai precedenti perché dovrà tenere più mondi: dai moderati azzurri agli estremisti di Casa Pound. Perché la difesa è: la piazza aperta, mica possiamo negare a qualcuno di esserci. 

Ecco la mutazione di chi oggi detiene il 30 per cento dei consensi, che per un attimo ha avuto in mano il Paese, e poi ha deciso di far saltare tutto, evocando pieni poteri e poi le urne, ma alla fine nulla di tutto questo si è consumato. Così, dopo la fase populista, l’estate al Papeete Beach di Milano Marittima sorseggiando mojito, sta emergendo sempre di più un nuovo Salvini, più moderato, più calcolatore, più freddo nel valutare le uscite e in certi casi abile ad aggiustare il tiro. Al punto che sembra essersi quasi pentito della frase che più gli è costata, ovvero quando ha chiesto “i pieni poteri” spaventando l’Italia e l’Europa. “Continuano a rinfacciarmi di aver detto pieni poteri: un’errore di espressione forse equivoca ma sarei l’unico dittatore che chiede di dare la parola agli italiani”, si è difeso in una lunga intervista al Foglio, dove indossava i panni dell’europeista convinto, dell’atlantista e di chi vuole tornare a Palazzo Chigi dalla porta principale, senza commettere gli errori del passato.

Ed è una presa di posizione che...

Continua a leggere su HuffPost