Salvini comincia a parlare di condoni

(Photo: Simona Granati - Corbis via Getty Images)

Giurano e spergiurano che domani quando si siederanno a Palazzo Chigi e si ritroveranno davanti Giuseppe Conte non metteranno sul tavolo la questione delle questioni che attanaglia il Paese intero e soprattutto quella Confindustria che continua a ripetere: “Bisogna far riaprire le aziende, ovviamente con tutte le tutele sulla sicurezza nazionale”. La fine del lockdown, almeno per adesso, almeno ufficialmente, non è all’ordine del giorno della road map di Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi.

Prima di tutto c’è il prossimo decreto di aprile di altri 30 miliardi che, stando al leader di via Bellerio, dovrebbe veleggiare attorno ai 200 miliardi. Con una proposta choc a firma Salvini che fa già discutere: pace fiscale per l’intero anno. Tradotto, un condono tombale, “per snellire i contenziosi che hanno gli italiani”. D’altro canto, ammette l'ex ministro dell'Interno in una conferenza stampa con al fianco l’euroscettico Alberto Bagnai e Claudio Durigon, “non è che per una grondaia devi chiedere alla sovraintendenza. Io penso che l’Italia del dopoguerra non stava lì a guardare le grondaie, i caminetti, penso che si sana tutto e si fa ripartire tutto”. In questo contesto, dopo aver strizzato l’occhio sui pieni poteri del premier ungherese Orban, ”è surreale la polemica che si fa, gli ho inviato un messaggio di buon lavoro”, eccolo sfoderare un’altra trovata: “Domani mattina all’incontro con il governo porteremo la proposta di una emissione speciale di titoli di Stato per gli italiani con condizioni vantaggiose per chi sosterra’ questi ‘titoli di guerra’, penso a ‘Bot di guerra’”. Dall'eterno riposo all'eterno rilancio, verrebbe da dire. 

Sia come sia è altresì evidente che in parallelo quando i tre si sentono, si confrontano, si ascoltano reciprocamente, discutono anche sul quando, come e perché dovrà avvenire la riapertura, su quella luce che vogliono vedere al più presto gli italiani. La fine del lockdown. E che questa sia oggetto del dibattito anche dentro il centrodestra lo si capisce ascoltando le parole di Claudio Durigon, che fu sottosegretario del Conte-1, e oggi è l’esperto del fu Carroccio sul dossier lavoro. Dunque, è consapevole che il Paese oramai è fermo da oltre venti giorni. “Stiamo studiando anche sul dopo. Ma oggi non è il momento della apertura”, non si sbilancia Durigon con l’HuffPost qualche minuto dopo la fine della conferenza stampa con Matteo Salvini. Già, Salvini. Il Capitano leghista mezz’ora prima ha liquidato così la questione: “Non faccio il medico, ho seguito con interesse il pensiero del ministro israeliano su fasce a rischio. Quando riapriremo è chiaro che non tutto e subito, stadi, università, discoteche. Andremo per grado di rischio, uscita prioritaria per giovani mi sembra ipotizzabile”. Sempre in zona via Bellerio, tocca a Claudio Borghi tirare le somme: “Noi ne stiamo parlando. Ma chi ha l’ultima parola sono i governatori delle regioni perché hanno il polso della situazione della sanità”.

Insomma, se ne parla, ma sottovoce. Non domani davanti al premier. “Bisogna capire quali sono i pareri dei medici”, spiega Lucio Malan di Forza Italia. Fatta questa premessa, il senatore azzurro fa poi un passo in avanti: “E’ chiaro però che prima o poi si deve porre la questione. Non si può pensare di chiudere a tempo indeterminato. Se ci sarà a breve termine la conferma dell’efficacia dei test sul sangue, a quel punto sarebbe possibile immettere forza lavoro”.

Giorgia Meloni fa da sola e manda una lettera a Conte con una proposta differente da Salvini:  “1000 euro sul conto corrente di tutti gli italiani che ne hanno bisogno”. Mentre sul dilemma del dopo la pasionaria di Fratelli d’Italia preferisce essere cauta: “Io ero per il lockdown forte subito, certo, mi spaventa un po’ il fatto di privare sempre più gli italiani della loro libertà, man mano che si va avanti chiaramente finisce anche la pazienza delle persone, per cui, chiaramente, quel poco che si può fare giusto farlo, però non posso dire io cosa fare, cosa aprire”.

L'economia prima di tutto. "Salvarla è la priorità", si sgola Antonio Tajani che domani si presenterà con un faldone che conterrà le istanze del sud, la consegna di tutte le attrezzature medico-sanitario e la richiesta alle banche di prestiti ponte: "Ci vuole intervento economico forte di 100 miliardi". Non 200 miliardi, come caldeggiato da Salvini. Ma quando si riapre? Risposta inevasa. Fatto sta che Salvini si lascia scappare una frase a fine conferenza stampa: "Che cosa accadrà a virus sconfitto, lo vedremo. Di certo andrà coinvolto il meglio dell'Italia". Una frase che preconizza un governo di unità nazionale sul quale appunto Berlusconi si mostra cauto, mentre la Meloni fortemente contraria. 

Love HuffPost? Become a founding member of HuffPost Plus today.

This article originally appeared on HuffPost.