Salvini resta solo (nella Lega) a difendere Morisi

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(Photo: Claudia GrecoClaudia Greco / AGF)
(Photo: Claudia GrecoClaudia Greco / AGF)

Nella battaglia per difendere la Bestia ferita dal “guardonismo” dei media (e dai nemici politici) Matteo Salvini è solo, solissimo. Colpisce la difesa strenua quanto ripetuta che il Capitano fa di Luca Morisi, l’”amico che ha sbagliato”, delle sue “fragilità irrisolte” che vengono derubricate a “fatto privato”, dell’insistenza sull’assenza di reato, della mancata resipiscenza di qualsiasi post (o citofonata) ispirato dal suo ex spin doctor. E colpisce – in parallelo - il silenzio pesante con cui questa linea viene accolta nella Lega.

Nessun commento da Giorgetti, che nel giorno in cui l’inchiesta finiva sui giornali definiva Morisi “intelligentissimo e super bravo”. Nemmeno un “no comment” dal suo collega Garavaglia. Muti anche i governatori, da Fedriga a Fontana, con doppio caveat da Zaia: “Non parlo di una vicenda personale in evoluzione”. Anche i salviniani, però, appaiono in tutt’altre faccende affaccendati: Borghi, Durigon, Bagnai, Siri, e così via per le Camere. Alla prima sillaba - “Mo” - se non cade la linea è un florilegio di “sono impegnato sulle comunali”, “mi occupo di economia”, “mi scusi, sono fuori”, “non giudico i fatti personali”. Soltanto Calderoli, nome pesante e dalla lunga storia, ha osato sbilanciarsi: “Tutti sbagliano, Luca ha avuto il coraggio di chiedere scusa. Ha la mia solidarietà, stima e amicizia”.

E’ toccata alla Meloni la parte dell’elefante nella cristalleria: “Il caso Morisi ha un impatto politico importante”. Già: intanto, sulla solidità della leadership di Salvini, a pochi giorni dalle comunali. Detonatore, spartiacque, colpo di grazia, razzo segnalatore. In queste ore le definizioni si sprecano. “Non mi stupisce l’imbarazzo - commenta un parlamentare della “vecchia guardia” - La Bestia è l’anima nera del partito e la saluteremo senza rimpianti”. Nessuno però vuole mettere la faccia su questo miscuglio di sbigottimento e sollievo. Il “Foglio” ha pubblicato le valutazioni del senatore ultra-cattolico Pillon: “Morisi non mi è mai piaciuto, magari per la Lega è una bella notizia”, è seguita smentita con avvocati di mezzo. Tutti avvisati.E tuttavia, sentimenti analoghi albergano in molti. Moltissimi, dicono. L’ala governista non li ha mai nascosti. Subito dopo la crisi del Papeete e l’implosione del governo gialloverde, Giorgetti si era sfogato: “Matteo non può più fare tutto da solo”. Ovvero: non è più tempo di one man show, servono consiglieri seri. Basta con felpe e nutella, gattini e mitragliette pasquali, attacchi a raffica a migranti ed euro-tecnocrati.

Figurarsi adesso: era un’insofferenza che il governo Draghi ha reso dirimente. Meno frontali, più tessitura dietro le quinte. Meno fauna, più giannilettismo. Per esempio, intorno alla ministra Lamorgese: più volte Giorgetti avrebbe “avvisato” il leader che l’offensiva contro la nuova titolare del Viminale era destinata al fallimento, che l’unico effetto era irrigidire Draghi, che era meglio lasciar perdere. Inascoltato. Nella Lega e in Forza Italia raccontano compatti che, se l’inchiesta è stata la ciliegina sulla torta, la “guerra dei nordisti” contro la Bestia era già stata combattuta e vinta. Con degli alleati insperati: il pattuglione dei parlamentari stufo che fosse un “corpo estraneo” a scegliere i sommersi e i salvati del piccolo schermo (e derivati). Pillon, prima di smentire, lo ha messo agli atti: “Decideva tutto lui, non mi mandava mai in tv, ma ho i miei canali”. Adesso, se ne sono liberati altri.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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