"Sanguina ancora" Dostoevskij a Santa Maria Capua Vetere

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Nel suo libro “Sanguina ancora” (Mondadori) dedicato a Fedor Dostoevskij, Paolo Nori racconta quelli che il grande scrittore russo, prigioniero e condannato a morte, pensava fossero i suoi ultimi istanti di vita, a un passo dal patibolo. Era tutto pronto, quel giorno dell’Ottocento: i prigionieri che indossavano gli abiti prescritti dal rituale dell’esecuzione capitale, la recita delle ultime volontà, il sacerdote chiamato a dare l’estrema unzione, i condannati terrorizzati dal destino che si sarebbe compiuto di lì a poco. Poi, imprevedibilmente, la decisione dello Zar di sospendere la lugubre cerimonia, lo scoppio dei fuochi d’artificio come celebrazione della grazia generosamente accordata all’ultimo momento, il pianto dei prigionieri risparmiati, la condanna a morte trasformata in alcuni anni ai lavori forzati.

Quella tragica pantomima era una manifestazione organizzata di sadismo del potere, la rappresentazione dei capricci del potere che giocano con la vita e con la morte, il messaggio che si poteva disporre arbitrariamente dell’esistenza di chi veniva umiliato, terrorizzato, ricondotto a uno stato creaturale di disperazione di fronte a un’entità che invia decreti imperscrutabili attraverso l’asservimento di chi viene condannato a morte e poi salvato per la magnanimità del tiranno che ha in mano le corde della vita, da spezzare o risparmiare a sua esclusiva volontà. Manifestazioni di un potere spietato, come era l’autocrazia russa o come sono i dispotismi moderni. Non di una democrazia che rispetta i diritti fondamentali delle persone, anche se sono recluse, per scontare la pena secondo una sentenza di un tribunale rispettoso dello Stato di diritto, nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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