Sanremo 2020, Achille Lauro: “Vi spiego i miei vestiti e la mia canzone”

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A far discutere pubblico e critica più ancora della sua canzone Me ne frego sono stati i vestiti (anzi, veri e propri travestimenti) che ha indossato sul palco dell’Ariston e la performance quasi teatrale grazie a cui Achille Lauro è stato da molti descritto come il vero vincitore morale di Sanremo 2020. Provocatorio, irriverente, imprevedibile: sono solo alcuni degli aggettivi con cui si può descrivere lo stile del cantante di Rolls Royce. Nel corso del Festival, prima di ogni esibizione, Lauro ha condiviso con i fan tramite Instagram alcuni indizi per indovinare il suo prossimo travestimento. Ora, a kermesse conclusa, ha voluto spiegare con una lunga lettera le motivazioni che si celano dietro la scelta di abiti e parole.

Sanremo 2020, le parole di Achille Lauro

“Ho sempre contaminato un genere con l’altro cercando di inventare musica non catalogabile ed impossibile da etichettare” esordisce Achille Lauro. Tutto è cominciato con Sanremo 2019 quando “ho iniziato ad immaginare la mia musica in modo diverso: volevo creare una performance artistica che suscitasse emozioni forti, intense e contrastanti, qualcosa che in pochi minuti fosse in una continua evoluzione visiva ed emotiva. Un piéce teatrale lunga 4 minuti“.

Questo è Me ne frego: una performance che va oltre la musica e “un inno alla libertà sul palco più istituzionale d’Italia. La mia speranza è che potesse scuotere gli animi degli insicuri e le certezze di chi è fermo sulle sue certezze, perché è sempre fuori dalla ‘zona comfort’ il posto in cui accadono i miracoli. Me ne frego è un inno alla libertà di essere ciò che ci si sente di essere”.

Lo stesso desiderio di libertà si cela dietro “la scelta dei personaggi che io, il mio co-direttore creativo Nicoló Cerioni e il mio manager e responsabile progetto Angelo Calculli. Menefreghisti positivi, uomini e donne liberi da qualsiasi logica di potere personale”. Da San Francesco (“un Santo che se ne è fregato della ricchezza e ha scelto la libera povertà”) a David Bowie (“un cantante che se n’è fregato dei generi e delle classificazioni sessiste”), da Luisa Casati Stampa (“una Marchesa che a dispetto del suo benessere ha scelto di vivere lei stessa come un’opera d’arte, diventando una mecenate fino a morire in povertà”) fino a Elisabetta I (“una regina che ha scelto la morte, evitando di curarsi abdicando, pur di restare li a proteggere e vivere per il suo popolo”.

Tutti accomunati da una consapevolezza: “La condizione essenziale per essere umani è essere liberi“.