Sanremo 2021, la semifinale premia Willie Peyote e manda giù (troppo) Madame

Di Carlotta Sisti
·4 minuto per la lettura
Photo credit: Jacopo M. Raule - Getty Images
Photo credit: Jacopo M. Raule - Getty Images

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Alla fine, una bacio c'è stato. E non tra i congiunti Coma Cose, che anche nella semifinale del Festival di Sanremo hanno cantato oggi negli occhi, e io dal divano devo aver mormorato "starei a guardarli ore" perché, è ovvio, la pandemia ci ha fatto a brandelli e siamo tutti emotivamente labili, tant'è che alla strofa "come basilico al sole, di un balcone italiano" non ho retto. I balconi, simbolo della resistenza alla prima ondata, basta nominarli che uno crolla, vi pare normale? Ma si diceva di un bacio, e, con fattore sorpresa uguale a quello (fino all'anno scorso) degli scudetti della Juve, a darselo sono stati Achille Lauro e Boss Doms, durante Rolls Royce, che è un pezzo alla Vasco, al netto del fatto che ieri sera Lauro, da caption di Instagram, sarebbe dovuto essere il punk rock. Al grido di "ce n'è coviddi", si sono sbaciucchiati un paio di volte, "eh, ma sono tutti tamponati", diranno, sta di fatto che se a tamponarmi sono io, trovo comunque i teatri, i locali e i cinema chiusi, tanto per dire. Tuttavia non è stata quella la cosa avvilente della performance di ieri, quanto piuttosto il fatto di vedere Fiorello di nuovo cosplay e meme di Lauro, a riprova, per quel che mi riguarda, del fatto che la sua narrazione basata sulla rottura degli schemi è arrivata al capolinea. Fiorello, però, è stato artefice e complice di un altro misfatto, ben più grave, e cioè quel momento imbarazzante in cui lui e Amedeo (dopo che l'Orietta lo ha chiamato così, è nostro dovere adeguarci) hanno cantato "Siamo donne" di Jo Squillo e Sabrina Salerno, con delle parrucche brutte in testa, ma soprattutto senza minigonna. E senza minigonna non vale, perché l'inno italiano che apriva quel decennio spaccato tra dance music e brit pop che sono stati i 90, va fatto con coraggio, mentre la roba di ieri sera è stato al limite dell'offensivo, soprattutto quando Amedeo, impermeabile ai tentativi di educazione gender fluid che i concorrenti di questo Sanremo stanno cercando di impartirgli, ha pregato che si smettere di scattargli foto mentre aveva addosso la parrucca "che poi quelle girano". Quindi, imbarazzatevi, voi di sesso maschile che amate indossare parrucche, è cosa degna di vergogna.

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C'è stato anche il monologo di Barbara Palombelli, che è partita raccontandosi come una ragazza interrotta, che ascoltava "i "Bittzi e i Rolling Stones" nonostante in famiglia la volessero con il giro di perle di Gigliola Cinquetti. "Ma io volevo uscire", ci ha spiegato con la verve del basilico al sole dei Coma Cose, e lo ha fatto, e s'è pure sfracellata con il motorino, prima di capire che nella vita bisogna lavorare fino alle lacrime, e da lì ci ha descritto minuziosamente il suo profilo Linkedin. Il problema è ha saltato a piè pari quello che ci interessava sapere, e cioè la love story con Francesco Rutelli, che se vuoi fare la tirata alla Michelle Obama dovresti sapere che un matrimonio è un manifesto politico molto più efficace della retorica sulle donne che devono sorridere, accudire ed interiorizzare il fatto che saranno sempre sbagliate. Ma veniamo alle cose belle, e stavolta partirò da un ambito che non è in alcun modo di mia competenze, e cioè i look. Ad un occhio semi profano come il mio, è sembrato che anche ieri si sia consumata qualche tragedia (che cos'era, per esempio, quel cencio nero sulla spalla di Annalisa?), ma c'è stato chi ha fatto faville, e mi riferisco ai Maneskin, e nello specifico a Damiano. Il suo omaggio ad Anna Oxa, perché io l'ho inteso così ed amato per questo, con body a vista e pantaloni a vita bassa è stato il look più figo della semifinale.

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Poi, come sempre accade, le canzoni al secondo ascolto acquistano senso, ci diventano famigliari, iniziamo a voler loro bene e ci viene persino voglia di ascoltarle durante il giorno. "Ti piaci così" di Malika Ayane è un inno alla libertà, alla giustezza del piacere e lei è sempre leggerissima sul palco, si diverte, sorride, e ci addolcisce la serata. Willie Peyote, che finalmente ha suonato "Mai dire mai (la locura)" prima dell'una di notte, canta semi immobile (ma almeno non svaccato in poltrona come Gazzé) ma è efficacissimo, ha personalità, sicurezza, il pezzo è bello, il testo denso e provocatorio e lui a sorpresa si prende un bel secondo posto provvisorio. La Rappresentante di Lista sono una band fortissima, Veronica, lo ripetiamo, è una delle voci migliori e saranno il primo concerto a cui andrò, appena si potrà. "Momento perfetto" di Ghemon è uno di quei pezzi che trova giovamento nell'ascolto ripetuto, perché è complesso, stratificato, futurista, ma alla seconda performance arriva e lo si ama, e deve risalire assolutamente dal fondo della classifica. Colapesce e Dimartino pur non azzeccando l'armocromia hanno un bel brano, un po' "Se mi lasci non vale", ma meritevole di stare tra i primi dieci. Aiello, nonostante la sua strofa gridata (issima) "sesso e ibuprofene" sia ormai cult, è ultimo, ma forse è colpa del fatto che racconta faccende scabrose, proprio nell'anno in cui siamo stati più casti di sempre.