Sanremo, il monologo di Rula Jebreal: "Stuprate, come mia madre"

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"Domani chiedetevi come erano vestite le conduttrici di Sanremo ma non chiedete mai più come era vestita ad una donna che è stata stuprata. Mia madre non ha avuto la forza di affrontare quella domanda". Si conclude così il monologo contro la violenza sulle donne che Rula Jebreal porta all'Ariston commossa, partendo dalla sua straziante esperienza personale.

SANREMO, LA PRIMA SERATA MINUTO PER MINUTO

Un monologo che alterna le sue riflessioni alle citazioni di importanti canzoni sulle donne "tutte scritte da uomini". Da 'La Cura' di Battiato a 'La donna cannone' di De Gregori, da 'Sally' di Vasco a 'C'è tempo' di Fossati. La giornalista inizia citando un campionario di domande odiose rivolte alle vittime nei processi per stupro. Per concludere: "Noi donne non siamo mai innocenti". Poi racconta: "Sono cresciuta in un orfanotrofio", "ci raccontavano delle nostre madri spesso stuprate, torturate e uccise" e si commuove. Cita i "numeri terribili" della strage della violenza sulle donne in Italia. "Ogni tre giorni viene uccisa una donna, solo la scorsa settimana sei", sottolinea. 

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"Mia madre ha perso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni, si è suicidata dandosi fuoco, perché il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi. Era stata brutalizzata e stuprata due volte: una prima volta da un uomo a tredici anni, la seconda da un sistema che non le ha permesso di denunciare". Poi ricorda lo stupro di Franca Rame (avvenuto nello stesso anno in cui Rula nasceva) e si rivolge agli uomini: "Lasciateci essere quello che vogliamo essere: madri di dieci figli o di nessuno. E indignatevi insieme a noi quando qualcuno ci chiede: 'lei cosa ha fatto per meritare quello che ha vissuto?'".

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L'invito è a "cercare le parole giuste". L'Ariston si alza in piedi per una standing ovation mentre sul viso della giornalista scorrono le lacrime e lei dedica questo suo monologo alla figlia seduta in platea e naturalmente anche lei molto commossa.  

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