Sassoli: va condiviso debito paesi Ue per lotta a Coronavirus -2-

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Bruxelles, 26 mar. (askanews) - A una domanda sull'intervento sul Financial Times dell'ex presidente della Bce Mario Draghi, Sassoli ha poi replicato: "Penso che Draghi abbia ragione, che ci sia bisogno di uno strumento che metta oggi i nostri paesi nella condizione di correre partendo dagli stessi blocchi di partenza. E quindi una condivisione del debito. Perché è inutile chiedere ai nostri paesi di spendere, se poi questo aumenterà il loro dissesto".

"Abbiamo bisogno - ha aggiunto - che sia l'Europa a fare in modo che queste diversità in questo momento non gravino sul futuro dei paesi. Credo che Draghi abbia ragione a sostenere che oggi occorrono strumenti di solidarietà nuova", che bisogna rispondere, ha insistito "a questa straordinaria emergenza con interventi straordinari".

Rispondendo a chi chiedeva come si possa convincere i governi più reticenti, come l'Olanda, che non vogliono partecipare a meccanismi di solidarietà o mutualizzazione, Sassoli ha rilevato come "sia più conveniente cercare di far uscire più forte l'Unione Europea da questa emergenza, e dalla crisi che sicuramente scatenerà. E' conveniente per ciascun paese, perché indebolire il mercato interno e le capacità dell'Europa avrebbe un riflesso negativo sulla vita di tutti i paesi, anche quelli che oggi pensano di essere un po' più forti degli altri". Ci sono "dei buoni motivi per cui anche i governi che spesso fanno della loro forza un punto di egoismo cedano al fatto che convenga anche a loro che una Ue più forte possa consentire ai nostri paesi di rilanciarsi, di mettersi nella condizione di sostenere una parte importante dei nostri cittadini che si trovano in difficoltà e che domani lo saranno ancora di più, nella crisi che stanno affrontando".

Quanto all'ipotesi, che per ora sembra avere più consenso degli eurobond, di sostenere gli Stati membri più colpiti mediante una linea di credito del Mes, il Fondo salva-Stati, che però finora è stato usato con condizioni durissime di austerità imposte ai paesi che ne hanno fatto richiesta, perché avevano perduto la capacità di finanziarsi sui mercati, il presidente del Parlamento europeo ha rimarcato il fatto che questa crisi appartiene a una logica diversa rispetto a quella del debito sovrano dell'Eurozona, perché è di origine totalmente esterna, indipendente dalla volontà e dal controllo dei governi. "Non ci sono stati - ha ricordato - errori o sviste che hanno provocato questa crisi. Non nasce da scelte finanziarie, o economiche, o politiche. Nasce da un contagio, una pandemia che sta toccando tutto il Pianeta. Ecco perché non possiamo riferirci a situazioni passate. Abbiamo una scena nuova. Tutti i nostri paesi saranno colpiti. E subiranno conseguenze fortissime da questa situazione".

"In questo momento, l'unica risposta che possiamo dare è una risposta europea. Ecco perché - ha ribadito Sassoli - c'è bisogno di strumenti europei, e di meccanismi come gli eurobond. Io non mi voglio innamorare dei meccanismi, voglio vederne l'efficacia. E certamente oggi abbiamo bisogno di condividere il debito che i nostri paesi saranno costretti a sostenere, tutti i paesi. Perché c'è bisogno di spendere i soldi; lo ha detto anche la Banca centrale europea, invitando i nostri i paesi a spendere i soldi per fare tutto quello che è possibile per proteggere i nostri cittadini".

"È naturale - ha osservato ancora - che questo debito debba avere una risposta europea, essere condiviso, trovare strumenti di condivisione. E credo che la proposta che è stata formulata, su cui si ragiona, di trovare un meccanismo di condivisione del debito tramite 'Corona bond' o altri strumenti simili, sia la scelta giusta che dobbiamo fare. Chi pensa di poter fare da solo, credo non faccia un buon affare. La grande forza di ciascun paese europeo è il mercato europeo. Ecco perché dobbiamo proteggerlo. Ma per proteggerlo dobbiamo mettere i nostri paesi nella condizione di partire dalla stessa posizione, altrimenti non ce la faremo".

"Ed è questa - ha sottolineato Sassoli - la responsabilità che hanno anche oggi i capi di Stato e di governo: dirci qual è La loro strategia, qual è la loro visione. E naturalmente indicare degli strumenti adeguati. Non vorrei che alla fine di questa giornata ci ritrovassimo con capi di Stato e di governo che non si assumono la loro responsabilità. Questo sarebbe gravissimo. I cittadini stanno vivendo ore difficili, hanno bisogno di sapere quali sono le indicazioni dei loro leader europei. Questa - ha concluso - è la responsabilità che hanno oggi i capi di Stato e di governo".

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    "Se avessimo dovuto vedere qualche segnale preoccupante questo ormai si sarebbe delineato. Consideriamo che un rilascio parziale del lockdown è iniziato il 4 maggio, altre aperture proseguiranno, anche se divertimenti, teatri, avvenimenti sportivi sono ancora interdetti. Sono passati più di 14 giorni, che è il periodo di incubazione, direi che la tanto temuta esplosione non c'è stata". Lo dice in un'intervista a 'La Nazione', 'Il Giorno' e 'Il Resto del Carlino' Giorgio Palù, past president della Società europea di virologia. "Abbiamo anzi avuto un rallentamento generalizzato dell'Rt - spiega - cioè dell'indice di riproduzione basale del virus, ma non deve essere solo l'indice di contagio a determinare le riaperture nelle regioni, ci sono anche altri indicatori. Adesso sappiamo dai dati epidemiologici che in Lombardia il virus è circolato nel 10-15% della popolazione, in altre regioni il 3%. Se prendiamo l'Italia nel complesso, ben più del 90% della popolazione è ancora esposta, quindi il problema di una riaccensione c'è sempre. Ma i numeri importanti sono anche quelli del calo dei ricoverati nelle rianimazioni e della positività dei tamponi (meno dell'1%), che vanno considerati". "Sappiamo che c'è una risposta immunitaria anche nei confronti del Sars-CoV-2 - sottolinea ancora l'esperto - Un lavoro dell'Università di California e un altro della Charité di Berlino documentano cellule T memoria circolanti che inducono la produzione di anticorpi cross reattivi contro virus del raffreddore e virus della Sars, e riconoscono anche la porzione S2 di Sars-CoV-2. In un certo senso stiamo imparando a conoscere l'importanza dell'immunità cellulare nell'eliminare l'infezione in atto". "Anche le nazioni che non hanno applicato il lockdown" per contenere l'epidemia di nuovo coronavirus "a un certo punto sembrano registrare un decremento di positivi sovrapponibile al nostro. Il che ci fa ipotizzare e sperare una regressione estiva, analogamente agli altri coronavirus e a tutti i virus respiratori", afferma ancora Palù, sottolineando che rispetto ai suoi simili, Sars-CoV-2 è apparso comunque "molto più contagioso: gli altri virus hanno infettato solo 10mila persone - osserva il past president della Società europea di virologia - mentre con questo ormai siamo a 5 milioni. Ma non ha una letalità paragonabile agli altri, anche se oggi in Italia, in base ai tamponi fatti, dobbiamo ammettere una letalità superiore al 14%". Un dato non definitivo, precisa l'esperto, perché "il tasso di letalità vero lo avremo quando saranno pubblicati gli studi basati sui test sierologici. I dati cinesi ci dicono che circa l'80% di chi ha contratto il virus è asintomatico, ma aspettiamo di sapere anche i valori statunitensi ed europei, perché ormai tre quarti della pandemia è da noi".  Quanto ai test sierologici per la ricerca degli anticorpi contro Covid-19, Palù dice no allo screening di massa: "Vanno fatti a strati per età, genere, occupazione e residenza su qualche decina di migliaia di persone". E i tamponi? "Il tampone è diventato un procedimento salvifico - risponde il virologo - ma ha una sensibilità del 60%. E adesso sta emergendo anche il caso dei falsi positivi. E' un elemento diagnostico che va studiato assieme alla sorveglianza sindromica, alla sierologia, all'isolamento del virus che nessuno fa perché non lo sanno fare". Ma se riparte l'epidemia, si dovrà chiudere di nuovo? "Non possiamo permettercelo, sarebbe la morte economica", ammonisce il virologo che ci tiene a definirsi così "di fronte a tanti sedicenti tali che non ho mai conosciuto". Vari "personaggi da talk show che parlano l'uno contro l'altro senza avere mai pubblicato un lavoro su una rivista di virologia". L'esperto, che è stato presidente della Società europea di virologia, nonché fondatore e presidente della Società italiana di virologia, riflette sul primo lockdown e conferma che andava fatto: "La riprova è la diminuzione di casi. Era un virus nuovo, pandemico", mentre "nessun coronavirus conosciuto è mai stato pandemico", ricorda. Sottolineando anzi che sulla chiusura di marzo si è perso tempo: "Per 20 giorni - osserva - i nostri politici hanno discusso se mettere in quarantena i cinesi, ma non si poteva farlo per non discriminarli come i migranti. Hanno chiuso i voli dalla Cina, ma nessuno ha voluto controllare gli europei che tornavano da laggiù. Il buonismo ci ha condannati", dice il virologo.  Se Covid-19 rialzerà la testa non potremo tornare al lockdown, ribadisce Palù, ma sarà necessario "avere prudenza e tracciare i contatti. Quando si scopre un positivo bisogna risalire a chi è venuto in contatto con lui non per chiudere altre zone rosse, ma per isolare immediatamente queste persone". A casa "o in qualche albergo vuoto. Non certo negli ospedali - puntualizza - come ha fatto la Lombardia che ha ricoverato il 70% dei positivi contro il 20% del Veneto. Il modello - insiste - è avere presidi territoriali, controlli, tracciabilità, un sistema epidemiologico regionale in grado di raccogliere i dati dai presidi di igiene e sanità locali, dai medici di medicina generale o del lavoro, dalle industrie". "Bisogna avere una sorveglianza biologica", continua l'esperto. "In Veneto c'è già stato un trial con una decina di industrie e la percentuale di positivi non ha mai superato l'1%. Significa che i nostri industriali sono molto accorti in quello che fanno", evidenzia, avvertendo tuttavia come - a parte gli anziani che restano i più vulnerabili - i più esposti a un nuovo contagio sono "i lavoratori, a partire dai medici. Molti ne sono stati veicoli inconsapevoli, lavorando senza protezioni. E' stata una grave ignoranza", commenta Palù. "Colpevole - aggiunge - perché la Sars ci aveva insegnato come circolano i coronavirus".

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    "Credo che il calo dei morti sia reale. Vedremo se è davvero zero, io lo spero. Sicuramente sono molto più affidabili i dati di oggi rispetto a quelli di ieri, per due ragioni: perché il numero è inferiore e perché quando la macchina si avvia man mano che passano le settimane il rodaggio è migliore ed è più facile raccogliere e trasmettere i numeri. I dati che abbiamo oggi, per numero di persone inferte e morti e perché il sistema è ben avviato sono sicuramente reali e ben controllati, anche se si può sempre fare meglio". Così Pierpaolo Sileri viceministro della Salute ospite di 24 Mattino su Radio 24.  L'ipotesi sarda e siciliana di un passaporto sanitario "è ad oggi impraticabile", ha detto ancora Sileri aggiungendo: "E' un'idea ambiziosa ma serve unitarietà su tutto il territorio nazionale. Pensarci va bene, però ad oggi non credo che sia fattibile poi magari una soluzione si trova. Ma secondo me, facciamo prima a riaprire e a lasciarci il virus alle spalle". Quanto a "Immuni arriva in 10-15 giorni. Immagino che per la prima decade di giugno arrivi. E' un tracing importantissimo che quando sarà attivo darà importanti diffusioni su tracciamento e diffusione della malattia".

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    "Non si hanno certezze" che il coronavirus Sars-CoV-2 sia diventato più buono. L'epidemiologo Vittorio Demicheli, alla guida della task force della Regione Lombardia per l'emergenza Covid-19 e direttore sanitario dell'Ats di Milano, chiama in causa piuttosto "un fenomeno che gli inglesi chiamano harvesting. Il virus ha fatto la cosiddetta 'mietitura' - spiega in un'intervista al 'Corriere della Sera' - ha accelerato quindi il percorso clinico di persone fragili, in molti casi con altre patologie. Può essere che ora abbia consumato il bacino dove poteva fare più danni e si presenti con letalità contenuta". L'esperto analizza l'ultimo dato delle morti in Lombardia, ieri pari a zero dopo 3 mesi di numeri quasi sempre a tripla cifra. "I flussi provenienti dalla rete ospedaliera e le anagrafi territoriali oggi non hanno segnalato decessi", hanno motivato dalla Regione. "Restano da fare verifiche coi Comuni, ma" per Demicheli "il segnale resta chiaro. E non ci sarebbe troppo da sorprendersi. Man mano che l'epidemia anche in Lombardia retrocede, si ragiona su numeri sempre più piccoli. Il dato dei decessi - sottolinea l'epidemiologo - rispecchia l'andamento anche se indica sempre storie cliniche iniziate qualche settimana prima. E una conseguenza anche del dato che emerge dalle terapie intensive".  "A morire" infatti "sono quasi sempre i malati più gravi che spesso erano intubati. Se il numero nelle ultime settimane è sceso da oltre 1.300 ai 197 di ieri - osserva l'esperto - significa che sono molte meno anche le persone con un quadro clinico compromesso. I dati vanno letti nel loro complesso", puntualizza. E se è vero che c'è ancora gente che entra in terapia intensiva, questi malati sono "pochissimi. In alcuni casi sono pazienti già ricoverati che necessitano di sostegno respiratorio".