Scegliere la banca in base all’impatto sul clima e sull’ambiente

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Secondo l’ultimo report, 38mila miliardi di dollari sono stati destinati a finanziamenti per i combustibili fossili tra il 20916 e il 2020, con un calo del 9% anno su anno nel 2020 a causa della diminuzione della domanda durante i mesi peggiori della pandemia, ma con numeri che comunque continuano a crescere stabilmente in direzione opposta rispetto a quanto richiesto dagli accordi di Parigi. Nonostante gli accordi, che avrebbero dovuto essere un netto spartiacque e segnare un cambiamento di rotta, infatti, il volume degli investimenti nei combustibili fossili del 2020 è globalmente più alto di quello del 2016.

La classifica dei peggiori vede al primo posto assoluto JP Morgan Chase, seguita da Citi, WellsFargo e Bank of America. In Europa va male Barclays, e anche BNP Paribas si classifica tra i meno virtuosi, la quarta peggiore al mondo. I suoi finanziamenti nel settore dei combustibili fossili crescono del 41% dal 2019 al 2020, e del 141% rispetto al 2016. Se la cavano meglio le canadesi: i 5 principali istituti del Paese hanno migliorato moltissimo il loro rating, che mentre UniCredit si rivela la più avanzata come policy per la riduzione del finanziamento ai combustibili fossili.

Il report del Rainforest Action Network mette l’accento non solo sul problema delle emissioni, ma anche sulle conseguenze ambientali e sulle comunità locali delle singole iniziative, con case studi che evidenziano i danni a lungo termine sia in termini ecologici che del rispetto dei diritti umani di impianti finanziati anche grazie ai fondi delle grandi banche. Questo, nonostante gli impegni sottoscritti da tutti i maggiori istituti per l’adesione alla riduzione delle emissioni entro il 2050, che stando al report restano al momento delle promesse senza fondamento.

Dello stesso parere anche ShareAction, noprofit britannica per la promozione di investimenti responsabili. “Molte banche si sono presentate ai blocchi di partenza ma poche hanno iniziato a correre” ha dichiarato Jeanne Martin presentando l’ultimo report dell’associazione, focalizzato sulle banche europee, nessuna delle quali, ad esempio, si è impegnata a uscire completamente dai finanziamenti ai combustibili fossili, e solo 3 dei 25 istituti analizzati (Lloyds Banking, NatWest e Nordea Bank) prevedono di dimezzarli entro il 2030.

Un tema chiave, quello del dirottamento dei finanziamenti verso energia pulita, che sarà al centro anche della Conferenza per il Clima che si terrà a Glasgow a novembre. Il problema per le banche è più ampio di un rating ambientale basso. Se non rispettano i propri obiettivi, potrebbero essere abbandonate dagli investitori i quali a loro volta hanno degli impegni ambientali da rispettare. E così alcuni grandi istituti, come NatWest, si stanno muovendo per chiedere ai destinatari dei propri prestiti dei piani di transizione credibili sulla riduzione delle emissioni. Altri (pochi) hanno annunciato che progressivamente abbandoneranno del tutto il settore. HSBC pianifica di farlo entro il 2040, mentre Intesa Sanpaolo si è impegnata ad uscire dal settore delle fonti non convenzionali di gas e petrolio, come il fracking e le perforazioni offshore nel Mar Glaciale Artico.

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