SCHEDA - Referendum giustizia, i 5 quesiti del 12 giugno e le ragioni del sì e del no

Palazzo Chigi illuminato con il tricolore a Roma

MILANO (Reuters) - In attesa dell'approvazione nei prossimi mesi della riforma organica della giustizia, che secondo gli auspici del governo (e del Pnrr) vorrebbe consegnare al Paese un sistema giudiziario efficace in grado di attirare anche gli investitori stranieri, domenica 12 giugno gli italiani potranno "anticipare", ed esprimersi su cinque referendum abrogativi.

Si tratta dei cinque quesiti superstiti sugli otto per cui lo scorso anno erano state raccolte le centinaia di migliaia di firme necessarie, visto che la Consulta quest'anno ha bocciato quelli su eutanasia, legalizzazione della cannabis e responsabilità civile personale dei magistrati.

I quesiti sono stati promossi dalla Lega e dal Partito radicale. Oltre ai promotori, si sono dichiarati favorevoli a tutti e cinque Forza Italia, Azione e Italia viva, mentre Fratelli d'Italia ha espresso dubbi su due quesiti (custodia cautelare e legge Severino), il Pd si è espresso per la libertà di voto, e il M5s si è detto contrario.

Secondo due sondaggi Swg, per due italiani su tre la giustizia non funziona, ma solo un italiano su quattro sa su cosa vertono i referendum.

Si tratta di referendum abrogativi e, perché il risultato sia effettivo, occorre che si raggiunga il quorum della metà degli aventi diritto al voto più uno.

Su ognuna delle cinque schede sarà scritta la norma che si vuole abrogare e, sotto, bisognerà barrare la casella del sì o del no per dire se si vuole che quella parte della legge sia annullata oppure no.

Si voterà dalle 7 alle 23 di domenica 12 giugno, e nello stesso giorno si voterà in 970 comuni per eleggere sindaci e consigli comunali, fra gli altri a Genova, Palermo, L'Aquila e Catanzaro.

Ecco in sintesi i cinque quesiti, e le ragioni del sì e del no.

ABOLIZIONE LEGGE SEVERINO

La norma stabilisce l'incandidabilità e la decadenza dalle cariche pubbliche per politici e amministratori che siano stati condannati in via definitiva per mafia, terrorismo e reati gravi contro la pubblica amministrazione, come corruzione e peculato.

La legge stabilisce inoltre che per questi reati possano essere sospesi fino a un anno e mezzo gli amministratori locali, come i sindaci, anche in assenza di una condanna definitiva.

Se vincesse il sì, verrebbe abrogata tutta la legge Severino, e quindi la decisione su decadenza o incandidabilità di un condannato tornerebbe al giudice attraverso l'erogazione delle pene accessorie come l'interdizione dai pubblici uffici.

Le ragioni del sì: la norma penalizza troppo gli amministratori locali che possono essere rimossi anche senza una condanna definitiva.

Le ragioni del no: in questo modo verrebbe abrogata la legge nella sua interezza, e quindi anche i condannati in via definitiva potrebbero candidarsi o restare al loro posto.

LIMITAZIONE DELLE MISURE CAUTELARI

La legge attuale stabilisce che un indagato per una serie di reati possa essere oggetto di misure cautelari come gli arresti domiciliari o la custodia in carcere in caso di pericolo di fuga, inquinamento delle prove o reiterazione del reato.

Con questo referendum si vuole limitare la possibilità di arrestare qualcuno al caso di rischio di reiterazione del reato solo in caso di pericolo di reati di violenza contro la persona e utilizzo delle armi.

Le ragioni del sì: la misura cautelare è una pratica abusata in Italia, nonostante la presunzione d'innocenza. Nel 2020 il 31% dei detenuti si trovava in carcere in attesa di una sentenza. Nel 2021 lo Stato ha pagato 24 milioni di euro di risarcimento per ingiuste detenzioni.

Le ragioni del no: si rischia di non poter arrestare chi è indiziato di reati gravissimi, a danno della sicurezza dei cittadini. Su questo aveva fornito un esempio qualche giorno fa il procuratore capo di Trieste Antonio De Nicolo, dopo una operazione internazionale antidroga che aveva portato all'arresto di 38 persone per un traffico di 4,3 tonnellate di cocaina. "Questi arresti non si potrebbero più fare. Reati come il traffico di droga, a prescindere dalle quantità anche mostruose, non vengono eseguiti in violenza alla persona e quindi ricadrebbero nell'alveo abrogativo del referendum".

SEPARAZIONE DELLE FUNZIONI DEI MAGISTRATI

Oggi un magistrato, nel corso della sua carriera, può passare per quattro volte dal ruolo di inquirente a quello di giudicante.

Se vince il sì a questo quesito, il magistrato dovrà decidere una sola volta e definitivamente all'inizio della sua carriera quale sarà la sua funzione.

Le ragioni del sì: la possibilità di passare dalla funzione di giudice a quella di pm mette in pericolo l'imparzialità dei magistrati.

Le ragioni del no: E' una tutela per i cittadini che pm e giudici facciano parte dello stesso corpo sia per garantire che il pm sia vincolato alla ricerca della verità e non solo della colpevolezza degli indagati sia perché la possibilità di maturare esperienze nei due ruoli arricchisce la professionalità e la sensibilità dei magistrati.

LA VALUTAZIONE DEI MAGISTRATI

Oggi i magistrati vengono valutati ogni quattro anni dal Consiglio superiore della magistratura (Csm) attraverso i consigli giudiziari (organo territoriale del Csm) che sono composti da magistrati, avvocati e professori universitari. Solo i magistrati però hanno diritto di voto.

Il quesito vuole abrogare la norma, estendo la possibilità di voto ad avvocati e professori.

Le ragioni del sì: il giudizio non è attendibile se a valutare i magistrati sono solo altri magistrati.

Le ragioni del no: gli avvocati sono controparti e avversari processuali dei magistrati e non è giusto che possano esprimersi sulla loro valutazione professionale.

FIRME PER CANDIDARSI AL CSM

Il quesito riguarda le norme che regolano l'elezione della componente togata nel Csm. Al momento è previsto che un magistrato per presentarsi debba avere a suo supporto una lista di almeno 25 (e fino a un massimo di 50) firme di colleghi.

Se vincesse il sì, verrebbe eliminato l'obbligo delle firme e basterebbe che un magistrato decidesse di presentarsi.

Le ragioni del sì: l'obbligo delle firme incentiva le correnti all'interno della magistratura e non premia il merito perché costringe a cercare alleanze.

Le ragioni del no: è un intervento inutile, che non limiterebbe le correnti. E in una competizione democratica è giusto che il candidato abbia un minimo di riconoscimento.

(Emilio Parodi, editing Francesca Piscioneri)

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