Schirò: oltre i sovranisti. Con Draghi atlantismo, Ue, Mediterraneo

Red
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Roma, 19 mar. (askanews) - Tra le caratteristiche rivendicate da Mario Draghi nelle sue dichiarazioni programmatiche da presidente del Consiglio ci sono i legami storici con l'atlantismo e l'europeismo. Su questo tema abbiamo intervistato alcuni parlamentari eletti nella circoscrizione Estero. Ecco cosa ci ha detto Angela Schirò, deputata del Pd proveniente dalla Germania, eletta nella ripartizione Europa.

D. Dopo le tensioni euroatlantiche negli anni dell'amministrazione Trump ci sono segnali, e quali sono, di un riavvicinamento fra le due sponde?

R. Dopo le ebbrezze sovraniste della prima fase della legislatura e il faticoso recupero del dialogo con i nostri maggiori partner europei della successiva fase di governo, il Conte 2, Draghi ha fatto benissimo a ribadire le coordinate essenziali della presenza dell'Italia nel concerto internazionale: l'atlantismo, l'europeismo e la vocazione mediterranea come punta avanzata dell'intera Europa. La declinazione che il nuovo presidente del Consiglio ha fatto di questi elementi essenziali della nostra collocazione internazionale è stata aperta e attiva, sostanziata da un richiamo forte al multilateralismo che serve a sottolineare la consapevolezza di poter giocare, nonostante tutti i nostri problemi, un ruolo di grande Paese nel contesto globale. Ad iniziare dalla prossima presidenza del G20. In questo senso, si è colto lo sforzo di corrispondere, quasi ricalcandone le parole, all'impostazione programmatica che Biden ha dato alla sua amministrazione. Questo ovviamente significa che l'Italia è pronta a fare la sua parte perché si superino al più presto le tensioni indotte dalle posizioni di Trump verso l'Europa, considerata non uno storico alleato, sia pure in un quadro non privo di contraddizioni, ma quasi una controparte. Una controparte sul piano della partecipazione alle spese militari, delle politiche ambientaliste e del confronto con alcuni settori produttivi americani, più inclini alla protezione che alla competizione. Queste affinità di impostazione e queste buone intenzioni non devono far pensare tuttavia che basti metterle in pratica per cancellare il recente passato di freddezza e di contrasti che hanno contrassegnato l'amministrazione repubblicana. Gli interessi in gioco sono di non poco conto e sarebbe banale ridurre le difficoltà alla 'cattiveria' di Trump. Spesso le sue posizioni sono state il risultato della pressione di potenti centri di interessi che sono riusciti a condizionare larghe fasce di opinione pubblica, e queste cose non evaporano da un momento all'altro. Per questo ci sarà molto da lavorare, anche per riassorbire lo shock della Brexit e per compensare il vuoto che si apre con il passaggio di mano di Angela Merkel, che ha assicurato per molti anni una leadership moderata ma autorevole ed esperta, in un Paese guida della compagine europea.

D. Il presidente Biden ha lanciato, con il voto favorevole del Congresso, un gigantesco piano di aiuti economici per la ripresa dopo la pandemia, circa il doppio rispetto all'impegno progettato dall'Unione europea. Lei pensa che l'Europa, come scrive qualche osservatore, rischi di rimanere indietro nel rilancio o la svolta politica di Washington potrà influenzare positivamente Bruxelles?

R. Francamente non mi fermerei a fare paragoni sul volume delle risorse che il governo statunitense da un lato e l'UE dall'altro intendono convogliare per alimentare la ripresa: troppe differenze non solo sul piano finanziario, ma anche, anzi soprattutto, al livello dei percorsi istituzionali da praticare per definire le scelte e mettere in moto le azioni. Insomma, tra il Congresso e il Parlamento UE e tra il governo statunitense e la Commissione europea vi è veramente troppa differenza per consentire di fare comparazioni lineari. Piuttosto, cercherei di cogliere le profonde novità che sono intervenute in ambito europeo sia sul piano della difesa comune dalla pandemia e dai rischi di recessione che essa porta con sé che su quello del reperimento delle risorse, mai così cospicue, da destinare alla ripresa. Fino a pochi anni fa la regola scolpita sulla pietra era la stabilità dei bilanci dei singoli stati, una stabilità che metteva piombo nelle ali dei paesi che volevano sollevarsi da una condizione di stagnazione e bonificare aree ancora troppo ampie di disoccupazione e di povertà. Con la pandemia si è fatta strada una visione diversa fondata su altri presupposti: la solidarietà e la compatibilità sociale e ambientale dello sviluppo. Anche la larghezza dei sostegni a fondo perduto previsti per i paesi in maggiore difficoltà, come l'Italia e la Spagna, oltre che l'attivazione di linee di prestito a tasso agevolato, è il frutto di questa visione solidaristica e attiva che è venuta avanti proprio nel momento in cui l'attacco sovranista sembrava diventare più virulento. Mi sembra dunque che nell'impostazione delle misure finalizzate alla ripresa vi sia una diversità di non poco conto tra l'idea di fondo della nuova amministrazione americana, che pensa a un intervento shock per riaccendere i motori trainanti dell'economia e farla ripartire, e quella dell'Unione europea che vede la ripresa in una prospettiva di trasformazione e di modernizzazione delle strutture portanti del sistema economico e di quello pubblico, da conseguire manovrando essenzialmente due leve: quella ambientale e quella digitale. Si tratta di un percorso certamente più difficile e per nulla scontato, ma necessario per raggiungere in Europa livelli di coesione sociale, economica e istituzionale indispensabili per consentire al vecchio continente di svolgere una funzione più autorevole e attiva nel contesto globale.

D. Tra i grandi temi che sono all'attenzione della nuova amministrazione statunitense ci sono quelli del rapporto per certi aspetti conflittuale con la Russia e la Cina. Paesi con i quali l'Europa - e la Germania che ha un ruolo centrale nell'Unione - hanno ragioni di contrasto ma anche intensi rapporti commerciali. Che ruolo può svolgere l'Italia in questo scenario?

R. Ribadite le coordinate della presenza internazionale dell'Italia nell'atlantismo, nell'europeismo e nella proiezione mediterranea in un quadro di attiva multilateralità, l'Italia non può certo subire condizionamenti pregiudiziali da nessuno né averne nei confronti di nessuno. Piuttosto, si muoverà in sintonia con i suoi partner fondamentali senza rinunciare a una propria iniziativa e - perché no? - anche a un suo equilibrato protagonismo. L'occasione della presidenza del G20, ad esempio, è troppo importante per essere ridotta ad una pratica di piccolo cabotaggio. L'essenziale è evitare improbabili e velleitarie iniziative in solitaria, come quelle che durante il primo governo Conte, ad esempio, le forze di governo di allora e alcuni ministri tentarono verso la Russia e verso la Cina. Biden, verso queste due potenze, deve gestire una difficile transizione dalle aggressive posizioni trumpiane, che - non dimentichiamolo - hanno raccolto quasi la metà del consenso dell'opinione pubblica americana, al tentativo di ricostruire una difficile egemonia degli USA in un contesto internazionale molto diverso da quello che i precedenti presidenti democratici hanno potuto operare. Vedrà lui cosa fare e con quale gradualità. Il compito nostro è naturalmente più definito. Intanto, non possiamo abbassare la guardia sulla questione della democrazia e dei diritti umani, che è tutt'altro che limpida sia per la Cina che per la Russia. Poi c'è il problema della costante spinta egemonica della Cina che si avverte con forza sia in Africa che nel Mediterraneo, vale a dire in scacchieri di nostra diretta sensibilità. A questo si aggiunge anche il tentativo di esercitare un'influenza diretta da parte della Russia anche in situazioni, come la Libia, che noi abbiamo sempre considerato di nostra pertinenza, quasi una porta di casa per ragioni storiche e per il controllo dei flussi di migrazioni. Anche l'Italia, dunque, avrà molto da lavorare, certo, non solo per resistere a tentativi di sconfinamenti altrui, ma anche per trovare forme di collaborazione e di mediazione che possano contribuire ad allentare la tensione tra le potenze maggiori e a favorire lo sviluppo degli scambi commerciali e turistici che ci stanno molto a cuore, soprattutto in vista della ripresa. E sotto questo profilo sia la Russia che la Cina saranno per noi, sempre di più, interlocutori importanti.