"Scosse", il libro di Gazzoli è un viaggio salvifico nel dolore

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MILAN, ITALY - JANUARY 22: Gianluca Gazzoli performs at Blue Note on January 22, 2020 in Milan, Italy. (Photo by Francesco Prandoni/Getty Images) (Photo: Francesco Prandoni via Getty Images)
MILAN, ITALY - JANUARY 22: Gianluca Gazzoli performs at Blue Note on January 22, 2020 in Milan, Italy. (Photo by Francesco Prandoni/Getty Images) (Photo: Francesco Prandoni via Getty Images)

Qualche anno fa un medico di un importante ospedale milanese mi disse che il dolore è un’interpretazione scivolosa. Talmente mutevole da dare filo da torcere alle categorie attraverso cui tutti, malati e non, provano a dargli una forma. Aggiunse anche che molti travasano il dolore da una categoria all’altra per via di una serie di fattori che vanno dall’andamento della patologia a quello della sfera emotiva. Non mi disse se questo esercizio avesse un senso o fosse invece un inseguimento che alla fine puntava solo a riadattare l’esigenza di governare il dolore. Prima di salutarmi però mi invitò a pensarci su e si congedò ripetendo l’espressione usata all’inizio della conversazione: interpretazione scivolosa. C’è un libro - “Scosse. La mia vita a cuore libero” (Mondadori) - che entra dentro questa interpretazione, le dà forma, senza però la sana presunzione di risultare definitiva.

L’autore, Gianluca Gazzoli, speaker di successo di Radio Deejay, vive questa interpretazione in prima persona da diciannove anni. Da quando, appena adolescente, si ritrovò a correre sulla pista di atletica di una scuola fuori Milano. A un certo il punto il cuore accelera all’impazzata, eppure non é stanco né in affanno. Rallenta, poi si ferma, la vista si annebbia. Qualche secondo dopo il cuore rallenta e tutto ritorna a posto. La diagnosi un po’ di tempo dopo: aritmie ventricolari di grave entità. Il cuore raggiunge un numero elevatissimo di battiti al secondo fino a fermarsi completamente per poi riprendere dopo pochi istanti. L’interpretazione dell’autore inizia qui. L’unico elemento che impatta su questo percorso è un defibrillatore sotto pelle che scarica una serie di scosse ogni volta che il cuore di Gianluca supera i battiti consentiti. Si potrà dire, ed è lecito, che è il fattore determinante e infatti lo è perché quelle scosse servono a tenerlo in vita. Ma se “Scosse” rappresenta una novità nella ricca letteratura di chi sceglie di raccontare con dignità la propria malattia e il proprio dolore è nel modo in cui l’interpretazione viene vissuta e poi raccontata.

Dentro questo cammino c’è di tutto, dalla tentazione di credere definitivamente a un indovino indiano che richiama lo spirito del celebre Un indovino mi disse di Tiziano Terzani, alla volontà di tenere nascosto il bozzo sul petto che ti ricorda che il defibrillatore è lì, ogni giorno. C’è la smania di controllare il ritmo del cuore, di fargli passare sopra la passione per il basket, di ignorare la malattia, il dolore, il corpo estraneo. Penso che allora aveva ragione il medico milanese, insomma che Gianluca sia uno di quelli che sposta tutto da una categoria all’altra. Non che sia un esercizio sbagliato, ma a un certo punto un passaggio del libro disorienta la mia convinzione: “A un tratto il dottore pronuncia ancora una volta la fatidica frase: lo stress fisico non basta a scatenare l’aritmia, la scossa viene innestata ogni volta che subentra l’aspetto emotivo”. È Gianluca a darsi la risposta: “Inizialmente la mia sensibilità era il detonatore che faceva esplodere la bomba dentro di me, ma poi è diventata l’arma in più che mi ha permesso di raggiungere molti dei miei obiettivi”.

Forse l’interpretazione libera più riuscita è quella sulla sensibilità, non quella sulla malattia. Non che le due cose siano separate, anzi è il contrario, ma a questo libro va riconosciuto il merito di accettare questa sensibilità, di darle forma, seppure forse non definitiva come si diceva dall’inizio. Il che è un bene quando la tendenza generale è quella di assolutizzare, di sublimare il dolore per scaricarlo in qualcosa di chiuso e immutabile. Quando invece è tutto scivoloso e non per questo negativo. Anzi. Come quella scossa che ribalta Gianluca per terra e che però lo tiene vivo. E forse è questo il modo migliore per rispettare il dolore altrui e per apprendere tante libere interpretazioni. Al medico milanese non saprei che rispondere, ma poco importa. Non so se le categorie siano un male o un bene, ma so che più di qualcuno ha trovato il coraggio di attraversare il suo dolore.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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