Scuola, sociologo Ricolfi: "Dad favorisce disuguaglianze? Vero, ma c'erano già prima"

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"Il Governo dice di voler proteggere la scuola, e che per farlo la tiene aperta. Ma se davvero avesse voluto proteggere la scuola, avrebbe usato gli 11 mesi a sua disposizione per varare interventi strutturali: più aule, più personale insegnante, più sorveglianza sanitaria, meno affollamento sui mezzi pubblici, ma soprattutto ventilazione meccanica controllata". Non usa mezzi termini il sociologo Luca Ricolfi, autore di 'Il danno scolastico. La scuola progressista come macchina della disuguaglianza', scritto con Paola Mastrocola prima del covid ma pubblicato l'anno scorso, intervenendo con l'Adnkronos sulla scelta dell'Esecutivo a mantenere le scuole aperte poiché la didattica a distanza provoca diseguaglianze. "E’ vero come dice Draghi che l'aumento delle diseguaglianze è stato favorito dalla Dad - rileva - ma non si può non osservare che le diseguaglianze c’erano già prima, ed erano state enormemente agevolate da 50 anni di abbassamento degli standard".

"Nel libro - spiega - dimostriamo che un fattore cruciale che alimenta le diseguaglianze sociali è l’abbassamento della qualità dell’istruzione. Abbassamento che danneggia più i poveri che i ricchi, ed è stato provocato proprio dalle riforme che si proponevano di democratizzare la scuola. E' già un anno - ricorda Ricolfi - che sia gli studiosi sia l’opposizione parlamentare chiedono un intervento cruciale come la ventilazione meccanica ma il Governo ha deciso di ignorare ogni proposta che andasse in questa direzione. Questa, insieme ai ritardi della campagna vaccinale, è la ragione fondamentale per cui le scuole oggi non sono sicure".

Scuole aperte o scuole chiuse? Chi ha torto e chi ha ragione? "Sono tanti problemi distinti, che è meglio non mescolare fra loro. Sul piano sociologico, è abbastanza chiaro che la prima preoccupazione della maggior parte delle famiglie (non tutte, naturalmente) è di garantire la custodia e la serenità dei figli, non certo la trasmissione culturale - osserva il sociologo - . Sul piano dell’analisi dei rischi, le dichiarazioni del governo (e di alcuni medici incauti), sono quanto di più antiscientifico si possa immaginare: non è un caso che, pur avendo un Comitato tecnico scientifico piuttosto subalterno, il governo non abbia osato chiederne il parere".

" Non è per niente vero - prosegue - che l’apertura delle scuole non abbia dei costi sanitari, o che la chiusura sarebbe inefficace, o addirittura controproducente. Chi sostiene questo mostra solo di non conoscere la letteratura scientifica sull’impatto delle chiusure scolastiche, che fin dallo scorso anno ha fornito molte prove della loro utilità sul piano sanitario (la disutilità su quello socio-culturale è ovvia e fuori discussione). Naturalmente si può sostenere che la apertura immediata delle scuole è così importante da farci accettare il rischio di provocare migliaia di morti: quel che non si può sostenere - rimarca - è che non vi sia un costo, o addirittura che tenerle aperte ridurrebbe i rischi".

Draghi dice di non aver chiuso le scuole, anche perché se i ragazzi vanno in pizzeria la sera o a fare sport nel pomeriggio, possono andare a scuola il giorno dopo: "Quel che troppo spesso si dimentica, nelle valutazioni dei rischi delle aperture e delle chiusure, è l’enorme differenziale che sussiste fra il livello di rischio delle attività scolastiche e di quelle extra-scolastiche - risponde - Quasi tutto quello che un ragazzo può fare fuori della scuola è meno rischioso di quello che può fare in una scuola non protetta. Lo sappiamo da un anno e mezzo, ossia da quando la comunità scientifica ha documentato che il virus del Covid si trasmette soprattutto per aerosol. Ciò comporta che i rischi di diffusione siano massimi quando: si sta in un ambiente chiuso e senza ventilazione; si sta per molte ore; si sta in molti; si parla spesso. E’ l’identikit perfetto dell’aula scolastica".

Dall'altro lato "quale che sia il mix di attività che i ragazzi praticano fuori della scuola, i rischi sono tendenzialmente minori perché: diverse attività, ivi compreso lo sport, sono all’aperto i gruppi di coetanei sono più piccoli, e si riuniscono per un tempo più breve; l’utilizzo di mezzi pubblici affollati è drasticamente ridotto; una frazione maggiore di tempo è trascorsa a casa, dove le interazioni sono drasticamente ridotte rispetto a quelle entro un’aula scolastica. Queste sono considerazioni qualitative essenzialmente ingegneristiche, che confermano e rafforzano i risultati della letteratura statistica sull’impatto della chiusura delle scuole".

Che ne pensa della divisione tra studenti vaccinati e non vaccinati nella gestione dei contagi prevista dal decreto del 5 gennaio? "Il “divisionismo” vaccinale non mi piace, ma lo posso capire. Quello che non condivido è la protervia con cui si sta cercando di scaricare ogni responsabilità sulla minoranza di adulti che rifiutano in toto la vaccinazione (secondo i miei calcoli non più del 7% della popolazione). La realtà è che il grosso del problema delle vaccinazioni, e quindi della pressione sugli ospedali, non è costituito dalla minoranza NoVax, ma dall’ enorme ritardo delle terze dosi. L’esercito dei vaccinati costretti ad attendere settimane (e qualche volta mesi), per accedere alla terza dose, ha una numerosità – e dunque un impatto sui contagi – ben maggiore di quello delle mancate vaccinazioni dei NoVax. Il problema è che, poiché la crescita di questo esercito è dovuto ai ritardi della campagna vaccinale, è molto più difficile farne un capro espiatorio".

"I NoVax - conclude Ricolfi - sono una formidabile polizza di assicurazione per i governanti, perché permettono loro di non rendere conto delle proprie omissioni e delle proprie responsabilità".

(di Roberta Lanzara)

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