Scusate il ritardo: mando anche io i saluti a Dell'Utri

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Giampiero Mughini e Marcello Dell'Utri (Photo: Getty)
Giampiero Mughini e Marcello Dell'Utri (Photo: Getty)

Quando lavoravo nei giornali, me ne importava un fico secco di chi e che cosa era scritto nella pagina accanto a quella in cui c’era un mio articolo, quella era una questione che toccava l’editore e il direttore del giornale. Figuriamoci poi quanto me ne sarebbe importato di una pagina pubblicitaria pagata da privati cittadini che volevano fare degli auguri a un loro caro, sempre che non si fosse trattato di Adolf Hitler o di Giuseppe Stalin. Laddove mi pare di capire che il comitato di redazione del “Corriere della Sera” sia stato pesantemente turbato per il paginone di auguri a Marcello Dell’Utri pagato da chi aveva lavorato alle dipendenze di Dell’Utri a Publitalia e di lui conservava un ricordo affettuoso.

Per andare subito al sodo, se qualcuno mi avesse chiesto di apporre la mia firma a un messaggio collettaneo di auguri a Dell’Utri avrei risposto di sì o di no? Di sì, ovviamente. Non che io fossi un amico stretto di Dell’Utri. Negli anni ci siamo visti poche volte, ma buone. Ci affratellava la comune passione per i libri rari, quelli di alta epoca nel caso suo, quelli del Novecento nel caso mio. Ero un frequentatore entusiasta di quella fiera milanese del libro d’antiquariato che lui s’era inventato quando era a capo di Publitalia. Una volta che lo vidi passare a distanza gli lanciai a voce che in uno stand avevano la prima edizione, “la ventisettana”, de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni, un libro di cui lui era certamente ghiotto. Sempre a distanza mi replicò che lo aveva già, nobilitato da una dedica importante. Una volta che era venuto a cena nella mia vecchia casa romana, ci raccontò di quella volta che un siciliano che abitava dalle parti di Racalmuto e di cui era ben nota l’ascendenza mafiosa aveva chiesto a Leonardo Sciascia di dedicargli un suo libro e che l’autore de “L’affare Moro” quella dedica non sapeva come farla.

Quando irruppero sulla scena pubblica le prime accuse nei confronti di Dell’Utri, di essere stato un confidente del boss mafioso siciliano Stefano Bontate e di avere combinato con lui una sorta di protezione dei beni della Fininvest in Sicilia e specificamente della famiglia Berlusconi a Milano (da cui l’arrivo a Milano dello “stalliere” Vittorio Mangano, un tipino che aveva al suo attivo alcuni omicidi), l’allora direttore di “Panorama”, Giuliano Ferrara, mi mandò a intervistare Dell’Utri. Non che io fossi uno specialista di mafioserie e di tutti i relativi annessi e connessi, ma so come si fa un’intervista. Feci le mie domande, Dell’Utri rispose senza mai tirarsi indietro. Ovviamente si autoassolveva dall’accusa di avere avuto rapporti stretti e continuativi con Bontate, rapporti che in qualche caso erano documentati. Che cosa ne pensavo io? Che quei rapporti c’erano stati e che se io fossi stato al posto di Dell’Utri, ossia avere a che fare con la realtà di Palermo e non con quella del Quartiere latino a Parigi, avrei cercato anch’io di proteggere i beni della Fininvest e i figli di Silvio Berlusconi. Mi direte che non è una buona risposta. Forse non lo è ma è una risposta leale. Nelle risposte che mi aveva dato Dell’Utri la procura palermitana vide un elemento di contraddizione interna tanto che una prima volta mi convocarono negli uffici romani dell’Antimafia dove impiegai tre ore a confermare virgola per virgola quello che era stato pubblicato da “Panorama” e una seconda volta al tribunale di Palermo (dove andai a mie spese) a riconfermare a viva voce _ virgola per virgola _ quanto pubblicato. Naturalmente fin dal primo momento dissi che non ero uno specialista di mafioserie e che avevo un rapporto amicale con Dell’Utri. Finita la mia deposizione salutai Dell’Utri e il suo avvocato difensore, un catanese che era stato un compagno dei miei anni giovani. Nell’andar via passai innanzi al magistrato d’accusa, che se ne stava rincantucciato in un angolo quasi senza guardarmi. Al che mi fermai e gli allungai ostentatamente la mano nel segno del saluto, al che lui scattò in piedi a contraccambiarlo. Credo si fosse immaginato che io fossi uno del “partito” di Dell’Utri e non quello che ero, uno che gli era semplicemente amico.

Ho poi visto l’ultimissima volta Dell’Utri alcuni anni fa su un Frecciarossa che andava a Milano, e subito gli ho chiesto delle accuse che gli avevano fatto, di stare in combutta con un mascalzoncello che aveva svuotato una delle più importanti biblioteche pubbliche italiane, la Girolamini, accusa che mi sembrava ancor più grave che quella di avere confabulato con Bontate. Accuse da cui Dell’Utri è stato successivamente assolto.

Mi sento infine in colpa per non avere mai mandato un saluto amicale a Dell’Utri mentre le sue condizioni di salute in carcere peggioravano visibilmente. Non avevo l’indirizzo delle varie carceri in cui andava via via traslocando. In termini di responsabilità inerenti a un rapporto amicale, me ne faccio una colpa di non averglielo mai mandato un saluto e un augurio. Per tutto il resto provvederà Dio e quanti studieranno senza pregiudizi il nostro tempo. Non che il loro compito sia facile.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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