Se 500 mila nuovi statali vi sembran pochi

La Voce
 

Assumere 500 mila nuovi dipendenti pubblici in quattro anni, per compensare i pensionamenti, rischia di essere poco produttivo. Prima occorrerebbe avere la cognizione precisa di quali siano i fabbisogni, anche alla luce della rivoluzione digitale.

Ipotesi “concorsone”

Assumere 500mila dipendenti pubblici in quattro anni, per compensare i pensionamenti che nello stesso numero e nello stesso periodo si verificheranno, rischia di essere poco produttivo, se prima non si revisionano davvero i procedimenti.

Negli ultimi giorni il governo ha lanciato l’idea di un “concorsone” aperto nei prossimi quattro anni per rinfoltire l’apparato amministrativo, puntando sulla cosiddetta “staffetta generazionale”.

Indubbiamente, è necessario affrontare il problema di ringiovanire le fila di un apparato pubblico ormai stanco e con un’età media superiore ai 50 anni. Tuttavia, è un azzardo immaginare di risolverlo in un ristrettissimo arco di tempo (e non si sa con quali risorse), quando è da circa 15 anni che si è scelto di ridurre gradualmente, ma costantemente il numero dei dipendenti. Si rischia di imbarcare centinaia di migliaia di dipendenti, senza aver avuto materialmente il tempo di capire come e dove impiegarli.

Sistema dei fabbisogni e dotazioni organiche

Prima di un così vasto programma di assunzioni, perciò, occorrerebbe avere la cognizione precisa di quali sono i fabbisogni, qualitativi e quantitativi. L’idea del governo si basa con molto ottimismo sulla riforma Madia, che prevede di superare le “dotazioni organiche”, cioè gli elenchi del personale chiamato a svolgere le funzioni amministrative, rigidamente costituite dal numero dei dipendenti teoricamente necessari, per sostituirle con i fabbisogni annuali e triennali.

Le dotazioni organiche sono frutto di valutazioni sui carichi di lavoro che risalgono molto indietro nel tempo e per questo, oggi, sono poco coerenti con le necessità lavorative, tanto è vero che nella gran parte dei casi i dipendenti in servizio sono molti meno di quelli previsti dalle dotazioni.

Il sistema dei fabbisogni previsto dalla riforma, invece, impone alle amministrazioni di rivedere – anche drasticamente – le necessità di personale a partire appunto dalla misurazione di quali e quante professionalità occorrono. Le dotazioni saranno poi una conseguenza e non una premessa dei fabbisogni, prevedendo nuovi profili professionali al posto di mansioni non più necessarie. Ma, la riforma impone di considerare la spesa di partenza delle dotazioni organiche come non valicabile.

L’operazione, corretta sul piano teorico, presenta, tuttavia, notevoli criticità. È evidente che il suo risultato potrebbe portare a un non indifferente numero di esuberi di personale con profili e qualifiche non più utili rispetto ai fabbisogni. In ogni caso, i limiti alla spesa attualmente indicati mal si conciliano con la previsione di 500mila assunzioni in soli quattro anni.

Comunque, è chiaro che la rilevazione dei fabbisogni non può essere improvvisata e realizzata in fretta e furia. Perché una riforma di questa portata vada a regime occorrono non meno di due anni, necessari solo per capire i meccanismi e lasciare che si pronuncino le varie autorità sui sistemi da adottare e i vincoli da rispettare (ministero dell’Economia, Corte dei conti, Aran e dipartimento della Funzione pubblica).

Manca, ancora, un sistema consolidato di misurazione dei fabbisogni, per il quale si attendono linee guida della Funzione pubblica. Verosimilmente, dalle prassi che sporadicamente sono state sperimentate in qualche ente emerge la necessità di prevedere rigorosi standard di processo (tempi di lavoro, termini procedurali, strumenti operativi) per quantificare le unità di lavoro annue equivalenti, necessarie a definire i fabbisogni e individuare le competenze richieste.

Un semplice censimento delle funzioni svolte non sarebbe utile, se finalizzato solo a giustificare la sostituzione di 500mila pensionati con altrettanti neo assunti. Deve essere l’occasione per ricanalizzare i processi in chiave critica e prendere atto, una volta e per sempre, di dove siano le disfunzioni operative.

Il ruolo dell’informatica

Le riforme della trasparenza (Foia) e degli appalti (nuovo codice), ad esempio, hanno prodotto un oceano di nuovi adempimenti e questioni giuridiche, tali da richiedere interi uffici, risorse ingenti e tempi notevoli, solo per dirimere le procedure e le questioni, spesso di lana caprina, imposte dalle norme. Per altro verso, occorrerà tenere conto degli effetti della rivoluzione digitale, capace da sola di rendere non più necessarie funzioni operative di protocollo, archiviazione e distribuzione di documenti, mentre può anche spingere a innovazioni, come il lavoro agile.

La revisione dei fabbisogni si rivelerà utile solo se accanto alla conta del personale da impiegare e da assumere, si riescono a rivedere e semplificare davvero le procedure, attingendo a piene mani dall’informatica e dalle conoscenze professionali a essa connesse. A quel punto, potrebbe rivelarsi opportuno un ampio turn over del personale pubblico, ma i numeri potrebbero essere molto inferiori alla somma immaginata e, soprattutto, il nuovo personale dovrebbe essere meglio qualificato e distribuito nel territorio.

Di Luigi Oliveri

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