Se gli intellettuali cedono alla tentazione manichea dei "no facts", "no vax", "no foibex"

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Hp (Photo: Hp)
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Non per tornare sull’oramai stucchevole polemica sulle foibe, perché tanto nella mente chiusa dei fanatici la realtà dei fatti non potrà mai penetrare, e d’altronde se ci sono i “no vax” accecati dai pregiudizi dobbiamo rassegnarci all’esistenza dei “no foibex” accecati dai pregiudizi.

Ma è il pessimo stile intellettuale che è emerso in questa grottesca diatriba a preoccupare, il morbo culturale del cospirazionismo, la prevalenza imperiosa dello schema primitivo amico-nemico, la disfatta della discussione per argomenti in favore della logica barbarica del cui prodest come unico criterio d’orientamento, o di disorientamento. Non il merito delle questioni ma l’orgia dell’”a chi giova”, del “non fare il gioco del nemico”, del “non portare acqua a favore dell’avversario”, del “non conviene esporci per non indebolire la nostra parte.

Un ribaltamento delle priorità: non più un laico, sempre precario approssimarsi non dico al “vero” ma almeno al fattuale, ciò che dovrebbe essere la base di un serio lavoro intellettuale di chi si professa storico. E invece prevale ancora -ancora nonostante l’asserita morte delle distorsioni super-ideologiche- solo l’allarmismo di chi nella polemica vede esclusivamente la convenienza del nemico. La cultura delle difesa del proprio recinto, il guardiano delle verità confortevoli e non sottoposte al vento della critica, o della semplice, banale verifica. Peccato, i seri intellettuali non dovrebbero piegarsi alla logica dei “no facts”. Altrimenti, che ci stanno a fare?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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