Se Gramsci fosse stato gay...

Fulvio Abbate

Se Gramsci fosse stato gay... Qualcuno, munito di vernice rossa, ha tracciato un epiteto su un murale che mostra il volto di Antonio Gramsci, ritenendo così di aver compiuto un atto ingiurioso e degradante, scritto direttamente sulla fronte. Accade a Turi, Bari, in largo Pozzi, dov’era la casa penale che dal 1928 ha visto la reclusione dell’intellettuale comunista, imprigionato per arbitrio delle leggi speciali volute dal fascismo. Là dove sono stati scritti i “Quaderni del carcere”, un classico del pensiero politico, letterario e filosofico del secolo scorso. A lanciare la denuncia è Retake Bari, movimento per il decoro urbano.

Gramsci, meglio, l’immagine del suo volto, segnato dagli occhiali pince-nez, fuori d’ogni agiografia, è tra le icone fotografiche più replicate della memoria civile e democratica, su manifesti, copertine, cofanetti di “Opere complete”, o presente, in forma sia devozionale sia ideologica, alle pareti delle sezioni di ciò che un tempo aveva nome Partito comunista italiano, e forse non soltanto in quei locali, una traccia visiva che, oltre a restituire l’esistenza di un pensiero rivoluzionario, riassume le ragioni più complesse della sinistra italiana. A Roma, per esempio, la strada già dedicata ai “Legionari del fascismo” porta oggi il suo nome, così come, sia detto come dato di uno scarto mentale, via Libro e Moschetto diviene via Piero Gobetti, in onore di un altro grande intellettuale morto in seguito alle violenze subite da squadristi fascisti.

Escludendo che si sia trattato di un gesto gratuito e infantile, così come accade quando il ragazzino annerisce il dente di chi sorride dai manifesti pubblicitari, o magari traccia un fallo sempre in corrispondenza delle labbra lassù in quadricromia su un pannello, nel nostro caso supponiamo ci sia da intuire un (presunto) insulto di segno politico; blasfemia rovesciata. Va da sé che nel sentire laico non c’è posto per certo genere di categorie. Ora,...

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