Se il democratico cileno Boric partecipa alla demonizzazione di Israele

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Certo, esultiamo per il giovanissimo presidente cileno Gabriel Boric che ha battuto l’orrido seguace di Pinochet, intoniamo El pueblo unido, rifocilliamoci l’anima con gli Inti Illimani, un deferente e commosso saluto a Salvador Allende assassinato alla Casa Rosada. Poi però disperiamoci un po’ perché Boric il nuovo esige con infinita arroganza che gli ebrei cileni, che mai avrebbero votato per il candidato dell’estrema destra, prendano umilmente le distanza da Israele.

Lasciamoci pure afferrare dallo sgomento perché un giovane politico di sinistra debba dire castronerie sull’apartheid in Israele ed esorti al boicottaggio sistematico dei prodotti israeliani; chiediamoci ancora una volta perché un leader democratico debba tessere l’elogio dei tiranni e dei tagliagole che vogliono annientare l’unica democrazia del Medio Oriente.

Deve essere una maledizione, la sinistra che non riesce a liberarsi degli stereotipi più consunti, che precipita sempre nello stesso errore, che fa suoi i furori dell’antisionismo più cieco oramai strettamente intrecciato, fino alla fusione in molti casi, con l’antisemitismo di marca antica.

Sarà pure un ribelle, il giovane presidente cileno, ma non riesce proprio a ribellarsi alle idiozie e ai luoghi comuni con cui una sinistra ammuffita, dogmatica, così poco liberale tratta con odio la democrazia di Israele. Spiace per gli ebrei del Cile, che pure hanno votato in massa per Boric (e come non avrebbero potuto, di fronte al candidato fascista), sottoposti a un diktat infame. La democrazia, stavolta, non abita alla Casa Rosada. Per gli Inti Illimani, un’altra volta.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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