"Se la Bicamerale non avesse fallito, Silvio sarebbe già al Quirinale"

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(Photo: LIVIO ANTICOLIPool / AGF)
(Photo: LIVIO ANTICOLIPool / AGF)

Giorgio Lainati, ex giornalista di Mediaset e deputato per quattro legislature, è stato per dieci anni capo dell’ufficio stampa di Forza Italia e per altrettanti vicepresidente della commissione di Vigilanza Rai. E in tre occasioni, da deputato, grande elettore per il Quirinale: “Nel 2015 votai Mattarella anche se Berlusconi aveva dato indicazione di lasciare la scheda bianca. Scrissi il nome di corsa, perché potevo trascorrere pochi secondi nella cabina, ma alla luce di questo settennato sono contento di averlo fatto”. Lainati non sa se il Cavaliere riuscirà a coronare il sogno del Colle: “Nel 2006 Gianni Letta come candidato di bandiera non prese tutti i voti del centrodestra. Ma con l’elezione diretta del capo dello Stato, se la Bicamerale non avesse fallito, Silvio sarebbe già al Quirinale….”.

Come grande elettore lei ha fatto tris: nel 2006, nel 2013 e nel 2015. E’ complicato come si vede da fuori?

Anzitutto, è stato un grande onore, privilegio e responsabilità partecipare all’elezione del presidente della Repubblica. Poi certo, sono momenti convulsi che restano nella memoria.

Come ha votato?

Nel 2006, dopo la vittoria il centrosinistra scelsi Giorgio Napolitano mentre il centrodestra andò su Gianni Letta come candidato di bandiera, che io votai convintamente. Letta però non riuscì a ottenere tutti i voti del centrodestra, forse perché molti pensavano dall’inizio che non ce l’avrebbe fatta.

Sarà per questo che Berlusconi il candidato di bandiera non lo vuole fare.

Beh, è una condizione in cui la lontananza dalla vittoria penalizza.

E nel 2013 come andò?

Il centrosinistra indicò Franco Marini, grande esponente del mondo cattolico. Forza Italia era d’accordo, del resto Marini era amico e corregionale di Letta, entrambi abruzzesi. Quando non passò, capimmo che era un campanello d’allarme a sinistra, e infatti subito dopo ci fu la catastrofe dei 101 franchi tiratori contro Prodi. A quel punto, nel buio totale i partiti chiesero cortesemente un bis a Napolitano e lo votammo tutti.

Due anni dopo, si aspettava il crollo del “patto del Nazareno” tra Renzi e Berlusconi?

All’inizio sembrava reggere e circolava il nome di Giuliano Amato. Poi, i veti incrociati a sinistra fecero uscire il nome di Sergio Mattarella. A quel punto Berlusconi andò indietro con la memoria al 1990, quando dopo l’approvazione della Legge Mammì Mattarella si era dimesso polemicamente da ministro, insieme ad altri quattro esponenti della sinistra Dc di De Mita.

Il Cavaliere diede ordine al suo partito di votare scheda bianca.

Io invece votai Mattarella. Considerai che sarebbe stato sbagliato essere un grande elettore e non esercitare la scelta. Votai di corsa perché, per rispettare la direttiva dell’allora capogruppo Renato Brunetta, bisognava passare nella cabina elettorale posta sotto lo scranno della presidenza dell’aula solo i pochi secondi sufficienti a chiudere la busta. Scrissi il nome in tutta fretta, con le ultime tre lettere che finirono quasi fuori dal foglio. E alla luce del settennato appena trascorso sono contento di averlo fatto perché Mattarella è stato un grande presidente di statura internazionale, che ha gestito con equilibrio la fase italiana più complicata dal Dopoguerra.

Il suo voto in dissenso è stato l’unico?

Eravamo sicuramente in due, c’era anche Giovanni Mottola (ex direttore del “Tempo”, ndr). Comunque pochissimi, frutto di decisioni individuali. Ma Forza Italia, sulla base dei numeri, non era determinante.

Secondo lei, Berlusconi si è pentito di quella decisione?

Negli ultimi anni Berlusconi ha espresso posizioni di grande stima e rispetto per Mattarella, quindi credo che abbia superato quella posizione. Del resto, il capo dello Stato ha mostrato molta sensibilità quando Silvio è stato sottoposto a una delicatissima operazione al cuore.

Si dice che il Quirinale è il conclave laico, chi entra papa esce cardinale. Stavolta è più o meno complicato del solito?

I partiti dovrebbero trovare un accordo il più ampio possibile sul nome visto che abbiamo di fronte il Pnrr e forti sfide in Europa. La novità è che stavolta saranno determinanti i componenti del gruppo Misto, che sono tantissimi, e i centristi.

Berlusconi?

Mi pare difficile che Pd e M5S possano votarlo, ma in politica tutto è possibile.

Amato, Casini, Gianni Letta...?

Tutti spendibili come nomi delle istituzioni. Con Casini, ci sarebbe un salto generazionale, come ai tempi del giovane Cossiga. Ma è ovvio che la scelta non è solo un fatto anagrafico.

Lei lo conosce bene: il Cavaliere vuole davvero il Colle o, al solito, gioca su più tavoli ?

E’ giusto che ci pensi perché è un uomo di successo che ha raggiunto traguardi straordinari. Ed è logico che faccia dei passaggi per allargare il consenso. Si vedrà nel segreto dell’urna se la sua ambizione verrà confermata. Certo, se la Bicamerale avesse varato il semi-presidenzialismo, con l’elezione diretta Silvio non avrebbe mancato l’obiettivo visto il consenso di cui godeva nel Paese.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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