"Se non cambia la mentalità del giudice faremo sempre migliaia di processi inutili"

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A sinistra l'avvocato Cataldo Intreri - a destra, in alto, la ministra Marta Cartabia (Photo: Other)
A sinistra l'avvocato Cataldo Intreri - a destra, in alto, la ministra Marta Cartabia (Photo: Other)

Si media fino all’ultimo momento utile per la riforma della giustizia penale. Salvo cambi di programma dell’ultimo minuto, oggi gli emendamenti del governo approderanno in Consiglio dei ministri. È saltata, invece, la cabina di regia che avrebbe dovuto tenersi ieri. La giornata di mercoledì, l’ultima prima della presentazione degli emendamenti è stata utilizzata ancora per arrivare a una sintesi hanno fatto sapere da via Arenula. Sintesi non semplice, date le resistenze M5s sulla prescrizione. Ma il governo tira dritto e il profilo delle proposte - anticipate qualche settimana fa dalla relazione della commissione di studio incaricata dalla ministra Marta Cartabia - va via via delineandosi. Dalle ultime bozze sembra essere sparita una norma che aveva fatto discutere: quella dell’inappellabilità delle sentenze da parte del pm. L’obiettivo era quello di impedire al pubblico ministero di ricorrere al giudice di secondo grado sia in caso di condanna che di assoluzione. Ma nelle prime bozze c’era anche l’idea di restringere le possibilità di appello da parte dell’imputato. Una norma, questa, che aveva incontrato le resistenze dell’avvocatura: “Si sarebbe fatto diventare l’appello un giudizio più simile a quello di legittimità della Cassazione. Oggi non è così, è un giudizio di merito in cui l’unico limite è quello che ha il giudice a doversi attenere alle lamentele dell’appellante. Restringere la possibilità la possibilità dell’imputato di fare ricorso andrebbe a svantaggio di chi ha un difensore tecnicamente meno preparato”, dice all’Huffpost l’avvocato penalista Cataldo Intrieri.

Non c’è ancora un testo certo, ma la direzione sembra chiara: superamento della prescrizione targata Bonafede, sfoltimento dei rinvii a giudizio ed elementi di giustizia riparativa. Partiamo dal primo punto, quello più scivoloso, sul quale sono state palesate le maggiori resistenze del Movimento 5 stelle. Sulla prescrizione la commissione Lattanzi aveva avanzato due proposte, entrambe volte a superare il secco stop dopo il primo grado di giudizio, introdotto a fine 2019 per volere dei pentastellati. La prima, in linea con la legge Orlando, prevedeva la sospensione della prescrizione per un periodo dopo ogni grado di giudizio. La seconda, invece, prevedeva di far cessare con l’esercizio dell’azione penale la prescrizione del reato e poi di prevedere un tempo massimo per ogni grado di giudizio. Scaduto il tempo, sarebbe sopraggiunta l’improcedibilità. La soluzione che Marta Cartabia potrebbe portare in consiglio dei ministri ricalca questo secondo disegno: stop alla prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado, come accade ora con la legge Bonafede. A questo punto, scrive la Stampa, si introdurrebbero dei termini per fasi: massimo due anni per fare l’appello, massimo uno per la Cassazione. Se i tempi non vengono rispettati, non si va più avanti si prevede una forma di ristoro - non ancora ben definita - per gli imputati. Una soluzione accettabile? Dipende. “Non deve trattarsi di rimborsi, ma di provvedimenti effettivi. Laddove i tempi si sforano si dovrebbe immaginare uno sconto di pena, se il ritardo è contenuto, o l’estinzione del processo, se il ritardo diventa eccessivo”, sottolinea Intrieri. Un’idea, questa, che i 5 stelle potrebbero non vedere di buon occhio, perché scardinerebbe del tutto la legge Bonafede.

Novità in vista per il rinvio a giudizio. Potrà essere chiesto, e concesso, solo se c’è in base agli elementi raccolti si può ipotizzare una condanna e non più, come dice il codice vigente, se ci sono elementi “idonei a sostenere un giudizio”. Che portata avrebbe una novità di questo genere? “Rischia di essere un gioco di parole che non cambierà nulla o comunque porterà pochissimi cambiamenti”, ci spiega Intrieri. “Bisognerebbe - continua - stabilire con chiarezza cosa bisogna fare quando le prove sono insufficienti prima del giudizi. Il gup dovrebbe prosciogliere laddove la prova è carente, oppure provare ad assumerla. Se la trova può rinviare a giudizio, altrimenti no. Insomma, bisognerebbe obbligare i gup a decidere, così come avviene nel rito abbreviato”. Oltre alle riforme, però, dovrebbe entrare in gioco un fattore culturale: “Giudici e pm hanno la stessa preparazione. Se non cambiamo la mentalità del giudice continueremo a fare migliaia di processi inutili”, sostiene Intrieri, alludendo alla separazione delle carriere. “Sarebbe il momento di provarci, gioverebbe anche ai magistrati”.

Tra gli emendamenti che Cartabia porterà in consiglio dei ministri dovrebbe esserci inoltre una stretta sulle indagini preliminari. Il gip avrà controllo sui tempi e, una volta scaduto il tempo massimo, potrà chiedere al pm di fermarsi e chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione.

C’è poi un’altra norma che andrà a incidere delle indagini preliminari. Le linee guida sulla priorità dell’azione penale non saranno stilate dal Csm. “Capisco la portata simbolica di questo provvedimento - sottolinea Intrieri - ma in questo frangente mi sembra più un rischio che un’opportunità”.

L’ultimo tassello riguarda i riti alternativi, che la ministra si propone di incentivare, e la giustizia riparativa, quella giustizia che punta alla conciliazione tra colpevole, vittima, tra reo e società, più che alla pena in sé: “Questa è la vera rivoluzione - dice, con convinzione, l’avvocato Intrieri - promuovere la conciliazione, oltre a essere un’idea di civiltà, è intelligente nell’interesse delle parti. Naturalmente, nei casi di reati gravi, non si arriverebbe ad evitare il processo penale, ma si potrebbero immaginare delle attenuanti o un percorso di detenzione diverso da quello classico”. Non è ancora chiaro in che direzione si andrà su questo fronte, ma certamente la giustizia riparativa apre degli scenari totalmente nuovi. Che, afferma l’avvocato, diventano ancora più rilevanti in un sistema come il nostro “ancora fortemente repressivo”, in cui il carcere molto, troppo, spesso reprime solo ma non rieduca.

È arrivato quindi il giorno del processo penale. Nelle prossime settimane qualche passo avanti dovrebbe essere fatto anche sulla riforma del Csm e dell’ordinamento giudiziario. La commissione presieduta dal professor Luciani ha pubblicato la sua relazione, ora il governo dovrà presentare gli emendamenti. “Con il voto singolo trasferibile per l’elezione del Csm - dice ancora Intrieri - si rischia di fare un buco nell’acqua, perché potrebbe essere controllato dalle correnti. Non credo che questo sistema risolverebbe il problema anzi, si rischia di creare involontariamente delle liste bloccate”. L’avvocato vede di buon occhio l’idea di votare per metà consiglieri del Csm anche se potrebbe esserci una criticità: il vicepresidente sarebbe eletto solo da una parte del plenum, per metà mandato. Ma questo problema si potrebbe risolvere “consentendo al presidente della Repubblica di nominare il suo vice”.

C’è poi un’altra questione importante secondo l’avvocato: le tabelle con cui, all’interno di un ufficio vengono assegnati i processi ai singoli magistrati. Sembra roba tecnica interessante solo per chi indossa la toga, ma non è così. E il caso del Mottarone, con la gip, che aveva legittimamente scarcerato i tre fermati, a cui è stato sottratto il fascicolo sulla base di una regola tabellare ce lo dimostra. “Per come è fatto ora, il sistema è incomprensibile - afferma - servirebbe una riforma che dà criteri chiari, regole semplici”. C’è poi ancora un aspetto, e riguarda i consigli giudiziari, gli organi, istituiti in ogni distretto di corte d’Appello, che hanno come compito principale quello di valutare l’operato dei singoli magistrati. Ne fanno parte anche gli avvocati ma non hanno diritto di voto quando si tratta di giudicare l’operato di un magistrato. Per Intrieri bisognerebbe cambiare questo sistema perché, conclude: “In situazioni di potenziale conflitto essere valutati dalla categoria, per così dire, opposta alla propria è una forma di garanzia”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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