Sea Watch, il reportage sulla nave delle polemiche

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Nei sei mesi di blocco che hanno ancorato la Sea Watch al porto di Licata, le giornate sono passate tra una calda attesa estiva e un’estenuante pressione mediatica fatta dalle Ong sorelle al governo giallorosso. “Torniamo nel Mediterraneo” non è solo il Tweet postato dalla nave umanitaria mentre prendeva la rotta delle coste libiche, ma è anche quello che si udiva all’interno della stessa qualche giorno prima, con tono eccitato. Una data non sicura fino la partenza, ma tuttavia intuibile date le numerose – quanto puntuali – partenze di barconi dal Nord della Libia gli ultimi giorni dell’anno. Salire sulla Sea Watch vuota ne sdemonizza l’imponenza: a bordo 22 operanti tra tedeschi e inglesi, c’è anche un italiano da qualche parte. Si aggiunge il capitano, Johannes Bayer, per un team formato da 4 medici, il personale di salvataggio, gli ingegneri e coloro che lavorano sul ponte di comando. 

Accolti in numero stretto volontari, previa preparazione fisica e test d’idoneità, e giornalisti – due, quanto basta. 

Il cuore della Sea Watch - Le missioni durano in media 21 giorni: preparazione pre-partenza, navigazione e salvataggio, ritorno. Le immagini già conosciute presentano il quadro di quello che si trova in mare, dove l’ostacolo più difficile è rappresentato dal superare le condizioni climatiche: lo schiaffo caldo estivo e la coperta invernale dei mesi più freddi. Dean era a bordo della Sea Watch quando il 1 luglio l’equipaggio capeggiato da Carola Rackete, all’imbocco del porto di Lampedusa, forzò il blocco imposto da Matteo Salvini, al tempo ministro dell’Interno, speronando una motovedetta della Guardia di Finanzia. Un gesto spinto dalla volontà di portare in salvo i migranti a bordo della nave, ormai arrivati al limite delle forze e della dignità. 

Da lì il tempo passato tra Licata, Catania, un passaggio a Palermo e la cura della Sea Watch: prima dall’ora un percorso iniziato per impegno verso il prossimo, lungo tante altre missioni. Che è la cosa che accomuna tutte le storie che passano dalla cambusa alla sala comandi. Al ragazzo del reparto motori che sorride dietro delle cuffie rosse grandi abbastanza per coprire il rumore della nave che si rifornisce per ripartire, alla coppia che sistema le provviste nella cucina. Quest’ultima separata da quella dove vengono preparati i pasti dei migranti – “Principalmente semplici. Riso, patate e legumi, che possano sfamare molti e per lungo tempo” -. Uno spazio lungo e stretto con una finestra da dove i piatti vengono distribuiti e tre grossi container di cui uno utilizzato solo per il thé caldo, essenziale. 

La Sea Watch conta diversi piani, partendo dalla cabina di comando con i computer di bordo, carte nautiche, radar di controllo e documenti che seguono tutti i tracciati dalla nave e divisi in grossi fascicoli colorati. Scendendo le stanze dei membri dell’equipaggio, piccole con due letti a castello e un lavandino a muro. Ognuno porta qualcosa di sé da casa, nessuna missione dura solamente il tempo stesso dell’ultima. Foto, luci, scritte – “Sono spazi un po’ personali, meglio passare alla sala comune” -. Dato il tempo ristretto corrono un po’ tutti, tra un reparto all’altro passano figure diverse, tra cui Patrick, che cura l’ufficio stampa all’interno dell’imbarcazione: go-pro, microfoni e computer utili per comunicare in tempo reale con la terra e fare rapporto con i media internazionali. 

Nel salone è allestito un piccolo presepe con luci e frutta, accanto dei quadri con le foto della Sea Watch negli anni e salvataggi diversi. “Nessuno di noi qui è cristiano, io per lo meno sono ateo”, fa Dean. “Io buddista”, replica qualcuno dietro. “Io credo ad altro”, ribatte la cuoca, una certa Melissa. Nell’infermeria un lettino sosta in mezzo la stanza, con accanto uno scaffale rifornito di ogni necessità per il primo soccorso e oltre. 

Non mancano strumenti per operare i casi più gravi, di coloro quali le probabilità di arrivare a terra scarseggiano. Di molti di essi, vittime delle rotte libiche dell’immigrazione organizzate dai trafficanti di esseri umani, le torture sono visibili sulla carne viva, oltre che negli occhi. Caschi, coperte e letti sono già stipati e pronti all’uso per i soccorsi e divisi accuratamente nei propri spazi – “Non sono mai abbastanza, ne servono sempre altri. Molto dipende dal momento del salvataggio”. 

Tempi stretti - Al telefono con Giorgia Linardi, portavoce italiana della Sea Watch, si parla del provvedimento emesso qualche ora prima dalla sezione civile del tribunale di Palermo. Una decisione arrivata il 19 dicembre e annunciata sui canali ufficiali della stessa: “Dopo oltre 5 mesi di blocco nel porto di Licata, ci prepariamo a tornare in mare. La giustizia trionfa sul (ex-) Decreto Sicurezza bis”. In riunione per la preparazione della partenza, Giorgia spiega che sono ore concitate a bordo. Con i giornalisti che bombardano per avere l’informazione in più, si lavora ormai agli ultimi aspetti tecnici affinché tutto sia pronto il prima possibile, tra trainings e procedure amministrative. 

Haidi Sadik, responsabile media, organizza l’incontro a bordo e con l’equipaggio. Serve l’ora, il tempo e che tipo di foto sono necessarie – “Generiche della nave o delle persone? A bordo o dal molo? Preparerò qualcuno dell’equipaggio, per le persone dobbiamo prima chiedere il consenso”. Nel caldo dicembrino di fine anno, fuori la Sea Watch il rumore è forte, assordante come il vento che tira dal mare. Alla fine della passerella il diario dove firmare l’accesso e l’uscita, obbligatorio prima di salire. Si presenta Dean – “Allora, tutto pronto?” -. Quasi, ma non bisogna pubblicizzare la partenza della nave prima del tempo. Nelle ore finali, e decisive, la calma e la lucidità per la nuova missione sono necessarie. 

Con l’appello dell’Ong italiana Mediterranea Saving Humans, “#FreeMediterranea”, che chiede alla Ministra degli Interni Luciana Lamorgese, a quella delle Infrastrutture e dei Trasporti Paola De Micheli e al Ministro della Difesa Paolo Guerini, di firmare il dissequestro delle imbarcazioni attualmente bloccate nei porti, liberandole così a prestare soccorso in mare. Bayer, il capitano della nuova missione, ha annunciato l’arrivo a breve nella zona di ricerca e soccorso. “Siamo pronti a salvare”, si grida dal bordo della nave. Questo in attesa del dissequestro della prossima, la Mare Ionio, o delle già pronte polemiche delle opposizioni.