Il peso della seconda ondata Covid sulle spalle degli ultimi

Giulia Belardelli
·Giornalista, HuffPost
·9 minuto per la lettura
(Photo: Guglielmo Mangiapane / Reuters)
(Photo: Guglielmo Mangiapane / Reuters)

L’impennata dei casi di Covid-19 in Italia preoccupa chi lavora per prevenire la diffusione del virus nei contesti di povertà ed emarginazione sociale. Centri accoglienza per migranti, strutture per senza fissa dimora, insediamenti informali, occupazioni abitative: sono tutti contesti in cui l’applicazione delle misure anti-contagio è resa più complicata da condizioni al limite dell’estremo. I mesi dell’emergenza, concentrata soprattutto nelle regioni del Nord, hanno messo in luce i rischi e le criticità di una società in cui essere poveri continua a essere una colpa, mentre la crisi economica allunga le fila di chi non ce la fa e si consegna alla disperazione o all’usura.

All’inizio era facile dire: il virus è uguale per tutti. La realtà ci ha dimostrato che non è così, perché la malattia colpisce molto più duramente chi non ha i mezzi per difendersi: le tanto odiate mascherine; una stanza, o meglio un metro tutto per sé; la possibilità di lavarsi o igienizzarsi le mani ogni volta che si vuole. Quelle che per alcuni sono scocciature imposte da una fantomatica “dittatura sanitaria”, per altri sono un lusso. E il contagio corre veloce, rendendo concreto il rischio di misure più severe o chiusure mirate, con il relativo impatto economico che non tutti temono alla stessa maniera.

Ascoltare le voci di chi si occupa di prevenzione nei contesti di marginalità e vulnerabilità sociale vuol dire mettersi una mano sulla coscienza ogni volta che si compie una leggerezza. Perché alla retorica facile dei migranti e senzatetto che “ci portano il virus” se ne può opporre una di segno opposto. “Dopo gli enormi sacrifici dei mesi passati, la paura e l’angoscia vissuta durante il lockdown, non dobbiamo vanificare gli sforzi fatti. Invitiamo tutti ad essere parte attiva di un’azione di contrasto a questo maledetto virus”, è l’appello di Francesco Rocca, presidente della Croce Rossa Italiana. “Non possiamo permettere che si torni a nuove chiusure, perciò dobbiamo fare rete e diventare veicolo collettivo di comportamenti virtuosi e consapevoli”.

Croce Rossa (Photo: Croce Rossa Italiana)
Croce Rossa (Photo: Croce Rossa Italiana)

Il lavoro della Croce Rossa nei contesti di marginalità sociale – spiega Rocca - “è quotidiano, capillare e si estende a tutto il territorio nazionale. Le donne e gli uomini della Croce Rossa sono sin dall’inizio vicini ai più vulnerabili fornendo servizi vitali, aiutando chi è in difficoltà economica con buoni pasto e farmaci, supportando tutti da un punto di vista psicologico. E, ovviamente, favorendo il corretto utilizzo di dispositivi di protezione individuale quali mascherine, guanti, gel igienizzanti. E, non da ultimo, facendo informazione, perché dobbiamo portare tutti ad assumere comportamenti di autotutela”.

Ma la strada da fare resta molta e tutta in salita. Invita a riflettere uno studio realizzato in Francia da Médecins Sans Frontières che dimostra come a fine giugno, nei sobborghi di Parigi, più della metà dei soggetti in condizioni di vulnerabilità estrema (lavoratori migranti ma non solo) erano positivi al virus. Il tasso di positività riscontrato dall’ong nei centri di accoglienza, nei punti di distribuzione alimentare o nei centri di lavoro è stato del 55%. L’inchiesta - descritta come la prima in Francia e in Europa a concentrarsi esclusivamente sul livello di esposizione al virus delle persone più in difficoltà - riguarda in gran parte persone straniere, che rappresentano il 90% del campione di 818 persone analizzate dall’Ong tra il 23 giugno e il 2 luglio. “I risultati mostrano una prevalenza enorme. Il motivo principale è la promiscuità e le condizioni di alloggio che hanno generato dei cluster”, come le palestre in cui queste persone sono state messe al riparo all’inizio del lockdown, dichiara all’agenzia France Presse Corinne Torre, capomissione di Msf per la Francia.

Lo studio rivela forti disparità a seconda dei luoghi in cui le persone sono state testate. Così, nei 10 centri di accoglienza presi in esame, il tasso di positività ha raggiunto il 50,5%, contro il 27,8% dei siti di distribuzione alimentare e l′88,7% nei due ostelli per lavoratori migranti. “In Europa e in Francia, nessun altro studio mostra questo tipo di prevalenza. Queste cifre, queste proporzioni, le troviamo solo in India, nei bassifondi del Brasile... ma neanche, piuttosto siamo al 40-50% ”, nota Thomas Roederer, epidemiologo di Epicenter. In Francia, il tasso di positività della popolazione generale oscilla tra il 5 e il 10%. Secondo Public Health France, era all′8% alla fine della scorsa settimana e al 12% circa a Parigi, dove si trovano i principali siti coperti da Msf. Come spiegare un tale divario? Paradossalmente, per queste persone, “il luogo della contaminazione sembra essere stato proprio il luogo dell’accoglienza e del confinamento”, dove regnano promiscuità e densità di popolazione. Tra i lavoratori migranti risultati positivi al test – osserva ancora Roederer - molti sono “fattorini Deliveroo, autisti Uber”, le stesse persone da cui ci facciamo portare a casa la cena.

Francesca Zuccaro, coordinatrice dell’intervento Covid di Medici Senza Frontiere su Roma, commenta così lo studio parigino. “Quello che emerge con forza dai numeri dei colleghi francesi è la necessità di farsi carico delle persone che vivono ai margini e dei più vulnerabili. I numeri di Parigi dovrebbero far riflettere anche Roma: è una lezione che non dovremmo dimenticare”.

A Roma l’attività di Zuccaro con Msf si concentra sulla realtà delle occupazioni abitative, che sono circa un centinaio. “L’obiettivo – spiega - è aumentare il livello di consapevolezza all’interno delle comunità che abitano queste strutture, favorendo i comportamenti corretti e l’adozione delle misure anticontagio, incluso il ripensamento degli spazi comuni. Il nostro ruolo è anche quello di creare un collegamento basato sulla fiducia tra queste persone e le autorità sanitarie, contribuendo ad abbattere pregiudizi reciproci. Nei mesi dell’emergenza questo è stato fondamentale e dovrà esserlo anche nell’approccio alla seconda ondata. Anche in questi luoghi deve essere identificato un referente Covid, un punto di riferimento della comunità da cui andare per segnalare eventuali sintomi e attivare le procedure necessarie”.

Graffito a Livorno (Photo: Laura Lezza via Getty Images)
Graffito a Livorno (Photo: Laura Lezza via Getty Images)

Nel caso dei senza fissa dimora e degli insediamenti informali la questione è chiaramente più complessa. Qui il problema di dove svolgere l’isolamento o la quarantena fiduciaria diventa ancora più pressante. “Ancora una volta – sottolinea la responsabile Msf - la pandemia ha reso più evidenti situazioni che erano già insostenibili prima. In una città come Roma gli insediamenti informali esistono da sempre, e il modo in cui vengono gestiti non è dignitoso. Come Medici Senza Frontiere, tre settimane fa abbiamo assistito allo sgombero di un insediamento informale in viale del Pretoriano: persone che erano lì da tanto tempo in condizioni allucinanti, ma che è impensabile sgomberare con la forza senza fornire soluzioni abitative alternative. Fare questo, soprattutto in un contesto di Covid, vuol dire incrementare i rischi perché significa spostare le persone in luoghi sempre meno raggiungibili e meno visibili, e quindi sempre più distanti da chi dovrebbe garantire una protezione sanitaria”.

Il nodo dell’isolamento resta il nervo più scoperto in questi contesti che fanno ampio uso di spazi condivisi, a cominciare dai dormitori. Camilla Cecchini, infermiera, referente sanitario del progetto Accoglienza Covid di Emergency, racconta degli sforzi fatti a Milano. “Abbiamo risposto alla richiesta di aiuto che ci è pervenuta dal Comune per tutto ciò che riguarda le fasce più vulnerabili della popolazione. Il nostro compito è attuare protocolli sanitari nei centri di accoglienza e nelle strutture per i senza fissa dimora. I nostri team fanno sopralluoghi nei centri per valutare una serie di parametri (affollamento, numero dei bagni, letti, presenza o meno di protocolli sanitari) e aiutano il personale ad adottare quegli accorgimenti e quelle misure che sappiamo essere efficaci nella prevenzione del contagio (decongestionamento, postazioni lavaggio mani, flusso sporco-pulito della biancheria, gestione dei rifiuti, spazi dedicati all’isolamento)”.

L’esperienza della primavera scorsa è stata tutto sommato positiva: “siamo riusciti a evitare situazioni catastrofiche instillando un metodo nei centri in cui abbiamo operato”, sottolinea Cecchini. “La preoccupazione ora è soprattutto per il riaccendersi dei contagi e l’inizio dei primi freddi; purtroppo le criticità delle strutture che accolgono le persone più vulnerabili sono sempre le stesse”. È fondamentale – aggiunge - “che le amministrazioni pensino in tempo ad allestire dei luoghi deputati all’isolamento di eventuali positivi tra queste persone, che devono essere protette esattamente come tutti gli altri. Nei mesi dell’emergenza il Comune di Milano si è dimostrato sensibile al tema, ci auguriamo la stessa attenzione nei mesi a venire”.

Francesca Danese, epidemiologa sociale e portavoce del Forum del Terzo Settore del Lazio, confida di essere “preoccupatissima” per l’aumento dei contagi. “La Sanità deve tenere conto anche della parte sociale, c’è scarsa integrazione sociosanitaria. La formula ‘dimissione protetta’ è una beffa per chi non ha una casa. Servono delle strutture per accogliere queste persone”.

Tanto più che la crisi in corso – la peggiore dal dopoguerra secondo l’Ocse – è destinata ad ampliare le sacche di povertà. Danese traccia un quadro drammatico della situazione su Roma: “Ci sono 400 famiglie che hanno perso il buono casa: che fine faranno? A fine ottobre scade il termine per gli sfratti. Se accanto ai numeri dei senza fissa dimora – che a Roma sono più di 17mila – ci mettiamo le occupazioni e i contesti di forte povertà, si arriva a numeri incredibili: parliamo di 200mila persone. Resta il problema delle commissioni per i richiedenti asilo: nella Capitale ce n’è una sola, cosa che costringe le persone ad attendere mesi o anni per una risposta. C’è il tema dell’usura: c’è gente che finisce nelle mani degli usurai per una bolletta non pagata, per la mancanza di accesso al credito, per la cassa integrazione in ritardo”.

Il 17 ottobre è la Giornata mondiale di lotta contro la povertà: una ricorrenza a cui arriviamo peggio del solito, anche se in compagnia del resto del mondo. Il quadro epidemiologico non concede passi falsi o improvvisazioni a nessuno: “Servono poche regole ma bisogna essere metodici nel seguirle”, sottolinea Cecchini di Emergency. “Così è più facile, in caso di errore o imprevisto, tornare indietro e individuare l’errore. Senza una metodologia, questo è impossibile e si corre il rischio di accumulare errori”. L’improvvisazione durante una pandemia è un lusso che nessuno può concedersi, tanto meno in situazioni già difficili.

(Photo: photos via Getty Images)
(Photo: photos via Getty Images)

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.