Segnali di vita

Zingaretti/Conte/Berlusconi (Photo: ANSA foto)

Almeno è un segnale, che di questi tempi non si butta via. Per questo Nicola Zingaretti non ha nascosto un certo compiacimento, dopo aver letto l’intervento in cui Silvio Berlusconi accoglieva il suo appello alla collaborazione in un clima di “concordia”: “E menomale che io sarei il bolscevico ossessionato dai Cinque stelle…Il capo dei moderati italiani dice che si vuole sedere al tavolo delle riforme”.

È comunque un abbozzo di schema, figlio della prima iniziativa politica del segretario del Pd post lockdown: la proposta di un “patto” tra istituzioni, imprese e forze sociali, l’appello del Quirinale a un nuovo ’46, la risposta del vecchio Silvio, sempre propenso, quando si presenta l’occasione, a solcare il palcoscenico della responsabilità nazionale, quello occupato dagli statisti. E poi l’attività di Gianni Letta, avvezzo più al confronto col segretario del Pd che con Salvini, perché qualora ve ne fossero le condizioni, e qualora ne avesse la forza, traghetterebbe Forza Italia in una “maggioranza Ursula”, lontano dai sovranisti.

Dove porti, non è dato sapere. Anche quelli vicino a Berlusconi non sono disposti a scommettere un euro sulla solidità della prospettiva, perché anche all’inizio del lockdown iniziò così, con la promessa di collaborazione archiviata, nella gestione della crisi, nella casella delle buone intenzioni. E poi Berlusconi è Berlusconi, umorale, cangiante, non disposto mai, fino in fondo, a rompere un’alleanza che lo disgusta, ma con cui vince alle regionali, così come a rinunciare a una piazza, il cui carattere estremista era chiaro sin dalla convocazione. Però, se la trama è un’incognita perché molto dipende da come e quanto il premier sia disposto a uscire dal suo format e mettersi a fare politica, si capisce quale sia lo spettro che si è manifestato con la piazza di ieri: “Chiusa la fase dell’emergenza sanitaria – è il ragionamento del segretario del Pd – si apre una fase potenzialmente drammatica dal punto di vista sociale. E senza politica non se ne esce”.

Al netto della retorica sulla “valanga di soldi che arriverà dall’Europa”, è chiaro a tutti che c’è un problema enorme su quando arriveranno. È la preoccupazione che attanaglia Dario Franceschini, consapevole che “i soldi arriveranno, ma non coincidono con la crisi vera”. E nel frattempo la destra “ha ritrovato il terreno del disagio”. Sono questi i ragionamenti fatti a Giuseppe Conte, in vista del discorso di questa sera alla nazione: per evitare di soccombere di fronte alla crisi i cui prodromi sono squadernati sotto gli occhi di tutti, è necessario coinvolgere le opposizioni che ci stanno in Parlamento. E sedersi attorno a un tavolo sulle riforme che si devono fare, di qui a un anno, per incassare i soldi del Recovery fund. Prima che sia troppo tardi.

È questa urgenza che si comincia a sentire nel Palazzo, come consapevolezza assai diffusa: la rabbia monta. E se Matteo Salvini, gasato dal bagno di folla dopo la manifestazione, ha alzato la cornetta e organizzato il suo tour in tutta Italia, in cui aizzerà le folle a cui non arriva ancora la cassa integrazione in deroga, quella Cassandra di Giancarlo Giorgetti in quella piazza prima ancora di vedere ossigeno, in termini di voti per il suo partito, ha visto un orizzonte di collasso del paese: “Abbiamo poche settimane di tempo e la situazione è molto complicata”. Ecco, poche settimane di tempo. Parole non dissimili da quelle, altrettanto allarmate, che Giuseppe Provenzano, un altro che conosce il paese ha condiviso con qualche collega di governo: “Questo passaggio di invito alla collaborazione non scongiura quello che potrà accadere in autunno. La piazza di ieri era invereconda, questo Bonomi si è messo a fare il capo dei qualunquisti contro la politica…È questo il clima”.

Anzi il rischio è che, in assenza di una novità politica, sul piano inclinato di una politica che vive nell’illusione di determinare gli eventi, ma ne è trascinata, i conflitti si moltiplichino, come accadrà tra Confindustria e sindacati nelle prossime settimane quando si discuterà di sblocca-cantieri e di applicabilità del “modello Genova”. E quando l’emergenza arriva, arriva anche chi, per dialogare, chiede un governo di emergenza, chi “elezioni subito”, chi si arrocca a dispetto di tutto. E chissà se questo dialogo con Berlusconi, tra i punti impliciti, ha una bella legge elettorale “proporzionale”, forse la principale clausola di sicurezza per il paese, prima che la rabbia riporti con sé la suggestione dei pieni poteri

Love HuffPost? Become a founding member of HuffPost Plus today.

This article originally appeared on HuffPost.