Sempre più lontani? La battaglia delle imprese europee per il mercato britannico

di Giulia Segreti e Simon Johnson
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La bandiera Ue e la bandiera britannica a Bruxelles

di Giulia Segreti e Simon Johnson

ROMA/STOCCOLMA (Reuters) - Secondo le nuove regole commerciali post-Brexit l'azienda vinicola Serena Wines 1881 utilizza per le bottiglie destinate alla Gran Bretagna nuovi e più costosi pallet fumigati, che tiene in un angolo dedicato del suo magazzino a Conegliano, in Veneto.

I nuovi requisiti per le spedizioni sono solo uno degli esempi dei costi aggiuntivi e delle complessità che le aziende europee devono fronteggiare per rimanere sul mercato britannico dall'1 gennaio, che si vanno ad aggiungere alla pandemia di coronavirus che ha trainato verso il basso i volumi di scambi tra l'Unione europea e la Gran Bretagna.

"E' stato un periodo di fuoco, infernale, per tutti," dice Nicola Piovesana, export manager per Serena Wines 1881.

"Le consegna si sono allungate a due settimane, prima per mandare la merce in UK si trattava di al massimo una settimana".

L'accordo raggiunto il 24 dicembre tra Gran Bretagna e Unione Europea, giunto dopo anni di controversie sui termini commerciali per il post-Brexit, ha risparmiato il commercio di beni -- circa metà dei 900 miliardi di dollari totali di flusso commerciale tra Gran Bretagna ed Europa -- da dazi e quote.

Tuttavia i volumi commerciali di gennaio sono calati drasticamente a causa delle difficoltà legate alle nuove regole che si sono aggiunte alle restrizioni della pandemia e all'accumulo preventivo di scorte da parte delle aziende su entrambi i lati della Manica a fine 2020.

I dati britannici annunciati oggi mostrano una ripresa solamente parziale a febbraio, con le esportazioni britanniche di beni verso i paesi Ue in calo del 12,5% rispetto allo scorso anno e le importazioni in discesa dell'11,5%.

I dati che giungono da Italia, Francia e Germania, i maggiori partner commerciali europei della Gran Bretagna, mostrano tutti un calo nel volume degli scambi con il Regno Unito a febbraio.

Serena Wines, per cui la Gran Bretagna rappresenta il secondo mercato di esportazione dopo la Germania, si è impegnata molto per mantenere i suoi contratti di fornitura con hotel, ristoranti e società di catering britanniche, investendo su un sistema di emissione di bolletta doganale fatta direttamente in azienda e dedicando un membro del suo staff solamente al mercato britannico.

Il problema dei bancali è un chiaro esempio dell'effetto a catena che le società devono affrontare: in questo caso, il commercio con paesi al di fuori dell'Unione europea significa dover rispettare regolamenti internazionali che richiedono che gli imballaggi di legno debbano essere sottoposti a trattamenti antiparassitari.

Piovesana spiega che i bancali trattati costano 9,50 euro l'uno, quasi il 20% in più di quelli normali.

Le linee guida fornite dalla Gran Bretagna consigliano alle aziende di passare dagli imballi in legno a quelli in plastica.

"MEGLIO SPEDIRE IN ASIA"

High Quality Food, società con sede a Roma che rifornisce clienti di fascia alta come fornai artigianali o locali gourmet nel West End londinese, sta trovando particolarmente laboriose le documentazioni per le carni -- tra le sue specialità di esportazione quella di Marango, un incrocio tra il Black Angus e la razza Maremmana italiana.

"Sembra esserci una trappola in ogni angolo," dice Cozzi, fondatore e AD di High Quality Food, lamentandosi della difficoltà di individuare le regole corrette, e prevederle perché in continua evoluzione.

Cozzi aggiunge che il dirigente Asl -- un veterinario -- che assiste l'azienda è lui stesso a volte spiazzato dalle nuove richieste e deve dedicare più tempo ad affiancarli per compilare i documenti di spedizione rispetto a prima, quando i documenti potevano essere preparati con largo anticipo.

Cozzi aggiunge che il congestionamento e i ritardi in dogana si riflettono sui costi di trasporto, più alti a causa dei tempi di attesa. La merce, aggiunge, può a volte rimanere ferma in aeroporto in Gran Bretagna anche per più di 24 ore, invece dei 30-45 minuti di Hong Kong.

"La situazione attuale è limitante, ormai è più semplice spedire in Asia," prosegue Cozzi.

La Coldiretti sostiene che gli ostacoli burocratici e amministrativi mettono in pericolo 3,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari italiane dello scorso anno con la Gran Bretagna, che hanno segnato uno storico crollo del 38% a gennaio e quasi del 14% a febbraio.

Alcune aziende hanno trovato delle scorciatoie, che sono però molto costose.

Il produttore svedese di legname Viva Wood, cavalcando l'onda del boom del fai-da-te generato dal lockdown, ha una sussidiaria inglese che ora si occupa delle problematiche in dogana, facendo ricadere il costo sugli acquirenti inglesi.

"Ci sono maggiori costi di amministrazione per noi" ha detto il Ceo Karl-Johan Löwenadler, evidenziando che la soluzione da lui adottata non sarebbe possibile per imprese più piccole e senza una presenza in Gran Bretagna come la sua controllata a Billericay, 40 chilometri a est di Londra, che impiega 11 persone.

NUOVI CONTROLLI IN ARRIVO

Mentre storie di importanti disagi sono comuni tra gli esportatori di beni in Europa nei differenti settori, la domanda senza risposta rimane quale possa essere l'impatto a lungo termine sul commercio.

Un portavoce del governo britannico ha detto che i dati di febbraio hanno mostrato una "crescita auspicata" nei volumi commerciali con la Ue, che sembra suggerire che trasportatori e operatori commerciali si stiano adattando.

"E' prematuro esprimere giudizi sugli impatti di lungo termine della nostra nuova relazione commerciale con la Ue, specialmente con la pandemia ancora in corso", ha aggiunto il portavoce.

Bank of England si aspetta che il flusso commerciale di beni e servizi tra Gran Bretagna e Unione europea cali di oltre il 10% nel lungo periodo per via delle restrizioni post-Brexit, e che la produzione britannica sia il 3% più bassa di quella che sarebbe stata se il governo avesse accettato le regole Ue per un accordo commerciale più semplice.

Inoltre le società che esportano in Gran Bretagna dovranno affrontare altre complicazioni nei mesi a venire, con documentazioni ulteriori per esportare prodotti alimentari in Gran Bretagna a partire da ottobre, e un'ulteriore raffica di controlli a partire da gennaio 2022.

Un gruppo di parlamentari e manager terranno una prima "sessione di testimonianza" sull'impatto commerciale della Brexit, con particolare attenzione a possibili miglioramenti.

Tuttavia, anche prima della Brexit la quota del commercio britannico verso la Ue era in calo già da anni, con numeri citati in un report lo scorso anno che mostravano le esportazioni britanniche verso la Ue al 43% del totale nel 2019, in calo rispetto al 54% del 2006.

Alcuni grandi esportatori europei si sono rassegnati all'idea che, mentre alcune problematiche si calmeranno con il tempo, la logica di un accordo Brexit che respinge legami più stretti porterà inevitabilmente a un ulteriore peggioramento dei volumi commerciali tra Gran Bretagna e Unione europea.

Il peggioramento potrebbe essere già in atto: un sondaggio di dicembre 2020 dell'associazione commerciale tedesca Bga ha mostrato come un'impresa su cinque stava riorganizzando la propria filiera di approvvigionamento per rimpiazzare i fornitori britannici con quelli del mercato unico europeo.

(Tradotto da Luca Fratangelo in redazione a Danzica, in redazione a Milano Sabina Suzzi, luca.fratangelo@thomsonreuters.com, +48587696613)