Sempre più vicini. Putin, Lukashenko e le 28 "mappe stradali"

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(Photo: SERGEI ILYIN via Getty Images)
(Photo: SERGEI ILYIN via Getty Images)

La visita del presidente Alexander Lukashenko al Cremlino arriva il giorno prima dell’inizio della Zapad 2021, una parata a cadenza quadriennale di esercitazioni militari che “si celebra ormai da tanti anni”, afferma ad Huffpost Eleonora Tafuro Ambrosetti, research fellow di Ispi. Niente di nuovo, quindi, anche se a caratterizzare l’evento è il momento storico che “ogni anno assume la sua particolarità. È chiaro”, continua”, che “con la crisi in Bielorussia e i rapporti sempre più tesi tra Russia e Occidente” questa volta l’evento “abbia più rilevanza”. Alle preoccupazioni del segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, che aveva chiesto alla Russia una maggiore trasparenza in merito al numero delle truppe inviate, sono seguite quelle ancor più allarmanti della Polonia, sicura di come gli ingenti spostamenti militari non possano che alzare ancor di più il livello della tensione al confine.

Gli aerei da combattimento Sukhoi Su-30 di fabbricazione sovietica sono solo gli ultimi fatti recapitare a Minsk. Altri reparti missilistici erano stati inviati a fine agosto a Grodno, proprio a ridosso del confine polacco, mentre diversi caccia multiruolo russi sono stati accolti nella base area di Baranavichy. Il numero di soldati da dispiegare ammonterebbe a circa 12.400, di cui 2.500 russi. Il fine ultimo dichiarato dal Ministero della Difesa bielorusso è quello di dar vita a un centro di addestramento comune ai due eserciti, così da valutare la capacità di risposta in caso di attacco esterno. D’altronde, “l’integrazione militare tra i due Paesi è sempre più stretta, specie dopo le sanzioni occidentali”, spiega la dottoressa Tafuro che, al contrario, tende a escludere nel futuro più prossimo “una fusione delle statualità” e quindi una cessione di sovranità a favore di Mosca in cambio di maggiore protezione.

Niente di tutto questo si realizzerà, non nel medio termine almeno. Ma a testimonianza dell’assidua cooperazione – “e della volontà da parte bielorussa di voler dimostrare le sue alleanze” – c’è l’incontro di oggi, il quinto di quest’anno, durante cui verranno stabiliti i piani di integrazione di ciascun Paese. Sul tavolo ci saranno i 28 punti, o mappe stradali. I dettagli non sono ancora stati pubblicati, ma è certo che includeranno una “stretta collaborazione” tra Mosca e Minsk su questioni “politiche, energetiche e militari”. Inizialmente, il presidente Lukashenko era riluttare a firmare questi patti con Mosca, preoccupato che maggiori concessioni al suo alleato significassero una perdita di leadership all’interno del suo Paese. L’aiuto, però, appare reciproco e “la partnership tra Russia e Bielorussia è una costante”, sostiene Tafuro. Mentre per Alexander Lukashenko il Cremlino rappresenta un alleato fondamentale per proteggersi dalle accuse piovute sul suo governo e sulla gestione dell’opposizione interna, “la Bielorussia rimane centrale per Mosca. Dopo quello che è successo in Ucraina, non esistono altri Stati nel continente europeo alleati della Russia”. Minsk, quindi, assume “un valore molto alto per Vladimir Putin, un valore determinato anche dalla strategicità geopolitica, rilevante ad esempio per il trasporto del petrolio russo”.

L’invio dell’arsenale bellico russo in territorio bielorusso mette però in allarme gli Stati limitrofi, soprattutto dopo l’incremento delle truppe dello scorso aprile nel Donbass. Su tutti, Polonia e Lituania, entrambe barriere per i rifugiati che scappano dalla Bielorussia. Mentre Vilnius si prepara alla costruzione di un muro di 550 km condito con il fil di ferro, così le autorità di Varsavia hanno seguito l’esempio e deciso di introdurre lo stato di emergenza – una misura che durante la pandemia non era stata presa neanche in considerazione. “La Bielorussia viene accusata di un uso politico dei rifugiati, ma dall’altra parte c’è una mancata accoglienza da parte di Polonia e Lituania”, sottolinea la ricercatrice di Ispi. Il governo guidato dal partito Diritto e Giustizia sta “portando avanti una politica anti russa in Europa, che però si scontra con uno stato della democrazia interna che si sta deteriorando. Anche un numero minimo di rifugiati per loro rappresenta un problema”. Alcuni esponenti dell’opposizione polacca si sono recati al confine per far visita ai migranti e hanno accusato il governo di disumanità. “Le paure di questi Paesi sono enfatizzate, ingigantite da dinamiche di politica nazionale e storiche. Le relazioni con Mosca e Minsk, infatti, fanno parte del dibattito locale”.

Le ansie di Lituania e, per lo più, Polonia per l’ingente numero di truppe lungo il loro confine non sono state placate neanche di fronte al contesto che giustificherebbe tale dispiegamento. Le manovre militari erano state annunciate già diverso tempo fa e non si legano alla crisi migratoria di questi giorni, ma rientrano in una serie di esercitazioni che Mosca tiene periodicamente con gli alleati del Collective Security Treaty Organisation (Csto), un’alleanza militare che comprende Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, che mira a evitare l’uso della forza nella risoluzione delle controversie tra gli Stati membri e prevede una clausola di solidarietà in caso di attacco esterno.

L’organizzazione è frutto della volontà russa per mantenere l’equilibro nell’area. Un equilibro inevitabilmente turbato dalla crisi afghana, ma che per Tafuro non rappresenta un pericolo per gli assetti interni del Csto. Piuttosto, “l’organizzazione attraverso cui la Russia tenta di stabilizzare l’Asia centrale è la Shangai Cooperation Organization (Sco)”. Tra gli Stati fondatori figurano Cina, Russia, Kazakistan Kirghizistan e Tagikistan. Successivamente sono entrati l’Uzbekistan (nel 2001), India e Pakistan (2017). Dal punto di vista delle conseguenze afghane, “è l’organo più importante perché i membri si distendono lungo il fianco centro asiatico. Per questo Lukashenko voleva i meeting tra Csto e Sco. Ora c’è una crisi in corso e per la Russia ci sono evidenti interessi per mantenere la sicurezza nell’area. La paura per il Cremlino è rappresentata dai traffici umani, nonché terroristici, e di droga. La Russia infatti è una dei maggiori consumatori di oppiacei, che arrivano dall’Afghanistan passando per i Paesi dell’Asia centrale”. Tutto questo, però, non dovrebbe cambiare la natura dei rapporti tra i due Stati. “Se ragioniamo nel medio termine, la Bielorussia manterrà la sua centralità. Il punto è vedere in che modo: il rapporto tra Putin e Lukashenko non è mai stato lineare, ma caratterizzato sempre da alti e bassi. Anche l’anno scorso”, durante le proteste dell’opposizione, “non era così scontato che Mosca fornisse il suo appoggio”.

Un’alleanza che non sarà scalfita neanche dalle prossime votazioni per la Duma, che si terranno tra il 17 al 19 settembre, proprio il giorno dopo la fine delle esercitazioni Zapad 2021 (previste dal 10 al 16 di questo mese). Le elezioni “non porteranno a un cambio o a una svolta nelle relazioni. Avranno più che altro un risvolto importante in politica interna. Il fatto che siano elezioni non libere e con forti barriere è risaputo, basta guardare alla copertura mediatica che viene data a Russia Unita - il partito di Putin – e il silenzio che c’è su tutti gli altri politici di opposizione. Sono elezioni che avranno sicuramente irregolarità, ma la questione è vedere se i risultati saranno contestati e, in caso, come. Non credo ci sarà un movimento molto forte in risposta e non credo che le elezioni possano avere influenza in politica estera”, conclude Tafuro.

La concomitanza tra elezioni e esercitazioni militari possono rappresentare un’occasione per il presidente Putin, alla ricerca di voti dopo che i sondaggi lo danno in netto calo. Mostrare ai russi la potenza militare a disposizione del Paese può essere una spinta a raccogliere consensi tra i patriottici, otre che una dimostrazione di forza agli occhi del mondo intero

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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