"Senza caporale qua non lavori". Il racconto di un bracciante straniero nel Foggiano

AGI - “Lavoriamo meno ore, ma dobbiamo riempire molti più cassoni che in passato. Questo significa guadagnare molto di meno e spaccarci di più la schiena”. A.D. è un senegalese di 57 anni e da dieci vive in una delle baracche del Gran Ghetto, l'insediamento che si trova tra San Severo e Rignano Garganico, nel foggiano. Nel 2005 è entrato in Italia, dalla Francia, e dopo alcuni lavoretti nel nord e centro Italia è arrivato in provincia di Foggia per lavorare nelle campagne come bracciante. “Ho sempre lavorato in nero – racconta all'AGI - e sempre grazie al capo, il caporale come lo chiamate voi. Raccolgo ortaggi e a breve inizierò la raccolta del pomodoro”.

Nel foggiano sono quasi 17 mila gli ettari che ogni anno vengono utilizzati per la raccolta del pomodoro, realizzando così il 30-40 per cento di tutto il prodotto italiano. La raccolta inizierà tra qualche settimana. “Quest'anno – continua A.D. - lavorerò di meno come ore, ma molto di più come sforzo fisico guadagnando, però, molto meno. Mi danno cinque euro all'ora. Dalle 6 alle 10 di mattina. Solo che ora, in quattro ore, devo riempire gli stessi cassoni che riempivo in una intera giornata di lavoro. Così lavorerò molto di più guadagnando però solo 20, 25 euro al giorno”.

Nonostante le tante operazioni delle forze di polizia, l'impegno della procura e della prefettura nel foggiano il caporalato è un fenomeno ancora molto diffuso. “I caporali – spiega il senegalese – ci sono ancora. E sono tanti. In tutte le campagne della zona. Se non hai il caporale non lavori. E io ho bisogno di lavorare. Voi fate le leggi come questa sanatoria ma non ci aiuta molto. Anzi, in qualche caso, favorisce lo sfruttamento. Ogni datore di lavoro per assumere deve pagare 500 euro. Soldi che, invece, il datore di lavoro chiede a noi. Conosco amici a cui è stato chiesto anche mille euro per essere assunto”.

A.D. vive in uno dei tanti ghetti della provincia di Foggia: il Gran Ghetto. Un insediamento sorto a pochi metri da un altro che nel 2018 era stato sequestrato e sgomberato dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari per presunte infiltrazioni della criminalità organizzata. Pochi giorni dopo lo sgombero a pochi metri sono comparse le prime roulette e poi, piano piano, le prime baracche sino a quando oggi è diventato un altro ghetto. Una parte di migranti vivono in container messi a disposizione della Regione Puglia e un'altra, la maggior parte, in baracche realizzate con legno, cartone e altro materiale di risulta. “Nel ghetto – continua a raccontare il senegalese – viviamo nelle baracche. Senza acqua corrente e senza servizi igienici. Non abbiamo documenti e non possiamo prendere in fitto una casa. Che comunque non potremmo pagarla con i pochi soldi che guadagniamo nelle campagne. Voi ci sfruttate, lavoriamo le vostre terre e poi ci odiate, facendoci vivere nella immondizia”.

Ma nelle campagne del foggiano ci sono anche esempi virtuosi come imprenditori che assumono braccianti. È il caso di Giovanni Terrenzio, presidente della cooperativa “Prima Bio” a Rignano Garganico che, proprio sulla scorta della sanatoria, sta avviando le pratiche per assumere 10 migranti irregolari. “Con l'aiuto di No Cap, l'associazione anti caporalato – dice l'imprenditore all'AGI – stiamo facendo la richiesta per 10 braccianti, irregolari. Verificheremo se la loro posizione rientra in quelle previste dalla nuova legge e se fosse cosi li assumeremo. Non sono un benefattore, sono una persona che vuole cambiare le cose. Credo che se il consumatore acquisterà sempre più prodotti etici, prodotti che arrivano da un lavoro sano, senza sfruttamento credo che piano piano anche la grande distribuzione si indirizzerà verso questi prodotti”.

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