Senza catena di comando

Giuseppe Conte - un sanitario con le protezioni contro il coronavirus - Attilio Fontana (Photo: )

Può succedere, in tempi normali, di sbagliare una frase, soprattutto all’ennesimo intervento in tv, in ogni contesto, compreso il salotto di Barbara D’Urso, “presidente possiamo darci del tu, ti chiamo Giuseppe”. In tempi eccezionali, quando accade, nel gioco di reazioni a catena, produce un meccanismo perverso in cui paura e sindrome da palcoscenico si alimentano fino al cortocircuito. E poiché Conte dal palcoscenico non vuole scendere, ci vogliono salire anche gli altri. E poiché nemmeno gli altri scendono, ci resta anche il governo.

È anche qui il conflitto con le regioni che nelle ultime quarantott’ore ha conosciuto prima un’escalation, poi una fragile e parziale tregua, alimentando un complessivo senso di inquietudine, perché è difficile chiedere agli italiani di “non farsi prendere dal panico” trasmettendo, al tempo stesso, messaggi di isteria decisionale. Riassumiamo. Prima l’escalation di una dichiarata “autonomia virale”, con i governatori di mezza Italia, anche nelle zone non colpite dal virus, pronti a firmare una propria ordinanza, per chiudere i confini agli ingressi dei lombardi e dei veneti. Poi la minaccia di Conte, sempre da qualche studio televisivo, che si dice “pronto”, di fronte un quadro a così caotico a “varare misure che contraggano le prerogative dei governatori”. Infine, l’immagine - iconica - del governatore della Lombardia che, a un certo punto, si alza e se ne va dalla riunione convocata in videoconferenza da palazzo Chigi con tutti i governatori, accesa dall’altra infelice frase del premier sulle responsabilità dell’ospedale di Codogno in materia di protocolli da seguire.

È la fotografia di un disordine istituzionale, o meglio di uno “scollamento”, proprio nel momento in cui le istituzioni, a livello locale e nazionale, sono chiamate alla massima operatività. Scollamento reso possibile dalla legislazione delle mille prerogative e amplificata dal contesto politico: un governo debole, chiamato a fronteggiare una sfida imprevista ed eccezionale, proprio nel momento più delicato della sua breve vita politica; regioni forti, molte delle quali guidate da governatori di fatto già in campagna elettorale. Alla fine è stata raggiunta una soluzione parziale: una ordinanza condivisa con le regioni prive di focolai ad eccezione delle Marche, dove non ci sono casi di contagio, ma le scuole resteranno chiuse e si rischia un conflitto col governo, se deciderà di impugnare questa decisione. Ordinanza che consente comunque di mettere un po’ d’ordine in questo italico melodramma che ha registrato più acuti in questi giorni, dal Molise che voleva internare 190 poliziotti che arrivavano dalla scuola di Piacenza alla Basilicata che voleva mettere in quarantena chi entrava in regione tornando dal Nord, poi solo gli studenti lucani che rientrano dalle regioni settentrionali.

E alla fine, come prevedibile, il premier torna indietro sui propositi di togliere poteri alle regioni, derubricati a frase mal interpretata. Mentre le regioni colpite, in particolare la Lombardia dove si registrano l’85 per cento dei contagi e il Veneto, continueranno a gestire l’emergenza nell’ambito della cornice del decreto del governo, che contiene margini di interpretazione e dunque di discrezionalità, per cui, per dirne una, Zaia ha lasciato aperti bar, palestre e cinema, mentre in Lombardia sono chiusi anche in molte delle zone limitrofe a quelle interessate.

 

 

Andiamo al punto. Alle radici di questo scollamento che produce una tensione politica e operativa c’è una incertezza sulla catena di comando. Per dirla con un gergo più tecnico, una assenza di “centralizzazione della governance” e di linguaggio, sempre necessaria di fronte a crisi di cui non si è in grado di prevedere l’evoluzione. C’è poco da fare: in assenza di una univocità di comando e di linguaggio, si rischia che ognuno diventi un moltiplicatore di panico, soprattutto nel gioco cinico che più si è incerti più si sale sul palcoscenico mediatico.

Il quadro è questo: una protezione civile debole, con un commissario straordinario privo di poteri eccezionali e del carisma riconosciuto dalla politica e dall’opinione pubblica, necessari ad assumere un ruolo di guida. Un governo fragile, che evidentemente vive su di sé l’ansia della competizione con Salvini e prova a gestirla attraverso la sovraesposizione comunicativa del premier. Le regioni tutte che rivendicano le proprie competenze in materia sanitaria e un primato di conoscenza del polso dei territori, con non poche ragioni sul proprio cahier de doleances nei confronti del governo centrale: i soldi non ricevuti dal nazionale, per potenziare la prima emergenza, il rafforzamento delle terapie intensive, i tamponi, la richiesta di sbloccare gli acquisti in deroga. Di qui, chiamiamolo col suo nome, il conflitto governo-governatori, vero leit motiv di questa crisi. I quali, nelle titubanze iniziali del governo centrale, hanno anticipato la linea con le loro ordinanze determinando un meccanismo di ricorsa. Emblematica la giornata di venerdì, col governo uscito col decreto a tarda sera, dopo che le regioni, coinvolte in una riunione mattutina, avevano già preso, singolarmente, autonomi provvedimenti.

Non è una questione banale. È un equilibrio, per certi versi difficilmente modificabile, perché in questo contesto le regioni chiedono più competenze, non meno competenze, ritenendo di essere più pronti e capaci del governo centrale a gestire l’emergenza. Ai tempi di Bertolaso vigeva un modello monarchico, con un Capo che aveva lo ius vitae necisque su ogni decisione, entrato in crisi perché fu dilatato oltre la gestione dell’emergenza, anche su ciò che si poteva gestire in modo ordinario. Ora siamo all’eccesso opposto, con punte anarchiche e un faticoso equilibrio da trovare. Al momento questo equilibrio non c’è. E nella ricorsa al messaggio si convive con i mille paradossi di una comunicazione impazzita, per cui si invoca la “calma” perché “è poco più di una influenza”, ma al tempo stesso si chiede di “requisire tutte le mascherine”. E, nelle zone colpite, manca solo il coprifuoco.

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