"Senza di noi non hanno i numeri". I renziani fanno saltare l'asse Pd-5s sulle nomine Agcom e Privacy

Nomine (Photo: Agf )

Il tentativo si disintegra alla vigilia del giorno decisivo, quello del voto in Parlamento. Si schianta contro il dato di realtà, quello della tensione con i renziani che blocca qualsiasi avanzamento, che rende pericoloso ogni passaggio in aula. Eccolo il tentativo. Pd e 5 stelle che blindano le nomine per rinnovare l’Agcom e il Garante per la privacy, tenendo i renziani fuori. Ed ecco lo stop: Italia Viva che non ci sta. “Si sono resi conto che senza di noi non hanno i numeri e che non ci possono tenere alla porta”, rivela una fonte del partito di primissimo livello a Huffpost. L’exit strategy, ancora una volta, è rinviare. Domani niente voto alla Camera e al Senato per eleggere i membri delle due Authority.

La consapevolezza che il tentativo fosse vincolato alla reazione dei renziani era stato già messo in conto. Un uomo dei 5 stelle vicino al tavolo della trattativa con il Pd l’aveva ammesso già venerdì scorso: “Scoppierà un macello, sarà battaglia con i renziani”. La zampata in avanti dell’asse tra i dem e i grillini prevedeva il voto incrociato sui rispettivi candidati. Tu voti i miei, io voto i tuoi. Quindi un commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni al Pd, uno ai 5 stelle. Stesso schema per il Garante della privacy. Era tutto pronto o quasi, con tanto di accordo politico siglato tra Riccardo Fraccaro e Stefano Buffagni per i grillini e Dario Franceschini per il Pd.

Ma le nomine hanno un peso specifico elevatissimo, interessano a tutti, sono la carne viva dell’esistenza di ogni governo. Perché nomine significa poltrone che contano, pezzi di potere che sono in grado di generare consenso, a tutti i livelli. Agcom e Privacy sono l’antipasto di una pietanza enorme, fatta di 400 posti da assegnare, tra cui spiccano quelli delle società di Stato che corrispondono al nome di Eni, Enel, Poste, Leonardo e Enav. Chi resta escluso dalla partita  incassa un contraccolpo perché la scia positiva dura invece quattro, anche cinque anni, il tempo cioè del mandato dei consigli di amministrazione.

Questo ragionamento entra prepotentemente nell’attualità di una maggioranza che ora non ha la forza più di nascondere quello che si sapeva fin dall’inizio e cioè che una delle ragioni principali per restare insieme era appunto arrivare alle nomine. Solo che la scissione dei renziani dal Pd ha mandato in tilt, o quantomeno complicato, lo schema della spartizione perfetta, quello del manuale Cencelli che non scontenta nessuno perché accontenta tutti. Questo, come ricostruito da alcuni partecipanti alle trattative sulle nomine, è il problema. Invece che a due poli, cioè Pd-5s, la partita delle nomine si fa a tre, cioè Pd, 5 stelle e Italia Viva. Quando Matteo Renzi decise di staccarsi dal partito di cui è stato segretario, il messaggio che i grillini recapitarono al Pd fu il seguente: costola tua, trattativa interna tra di voi. Caso ipotetico: se ai dem spettano cinque nomine, queste nomine non salgono a sei perché ci sono i renziani che prima non c’erano. Restano cinque, da dividersi eventualmente appunto tra di loro. 

Cosa ha mandato in tilt lo schema Pd-5 stelle? I renziani non avrebbero gradito il nome di Antonello Giacomelli all’Agcom. Sottosegretario del ministero dello Sviluppo economico con delega alle comunicazioni nel governo Renzi, Giacomelli non avrebbe più il consenso dell’ex segretario del Pd. Più in generale, a Italia Viva non è andato giù il metodo degli alleati di governo, che hanno provato a tenerli fuori dal tavolo delle trattative. E poi ci sono problemi interni al tentativo che è naufragato. I 5 stelle non hanno ancora scelto i due membri che spetterebbero a loro (un commissario Agcom e un componente del Garante per la privacy). La rosa dei candidati è ancora ampia e questo perché dentro al Movimento ci sono idee diversissime sul profilo dei candidati. Bisogna fare i conti anche con le opposizioni. Diventa presidente del Garante per la privacy il candidato più anziano. Il rischio è che Fratelli d’Italia converga sulla candidatura di Raffaele Squitieri, ex presidente della Corte dei Conti, uno dei nomi in corsa. Si cerca un’alternativa. Il Pd spinge per Pasquale Stanzione, giurista ed ex docente di Diritto privato all’università di Salerno, ma non c’è ancora un consenso tale da arrivare all’elezione. Già, il consenso. Cioè i voti in Parlamento. I numeri, la conta, il pallottoliere. La grande zavorra che blocca il governo. 

 

 

 

 

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