Senza zone "vergini" raddoppia il rischio estinzione per molte specie

riccardo liguori

Preservare le frontiere selvagge per salvare la biodiversità del pianeta. È questa la conclusione raggiunta da uno studio condotto dai ricercatori della Commonwealth Scientific and Industrial Research Organisation (Australia) e coordinato da Moreno Di Marco del Dipartimento di Biologia e biotecnologie Charles Darwin della Sapienza di Roma. 

Molte aree selvagge costituiscono oggi una roccaforte che preserva dall'estinzione buona parte della biodiversità terrestre. Salvaguardarle significa salvaguardare un'importante comunità di essere viventi. Tuttavia, le aree "vergini" rappresentano oggi meno del 20% delle terre emerse. Di più, negli ultimi trent'anni ne sono sparite oltre il 10% .

"Il nostro studio - sottolinea il ricercatore Di Marco - ha dimostrato che le comunità biologiche (animali e vegetali) delle aree selvagge hanno un rischio di estinzione dimezzato rispetto alle specie che vivono al di fuori di questi contesti biogeografici. Questo è un ruolo fondamentale che le aree vergini giocano". Ciò significa che se queste zone scompaiono, il rischio di estinzione di molte specie viventi, che qui trovano casa, raddoppia.

Wilderness

"Wilderness" o "natura selvaggia" inerisce a quelle aree in cui l'impatto umano è stato assente o minimo, soprattutto dal punto di vista industriale. "Ciò non significa che in queste zone non sia presente l'umano", ravvisa il ricercatore italiano. "Anzi, molte di queste aree sono fondamentali per le popolazioni indigene. Si tratta di aree in cui non c'è stato uno sviluppo industriale o comunque uno sviluppo antropico intensivo. Sono aree che, grazie alla loro natura selvaggia, mantengono funzioni ecosistemiche essenziali che invece vengono perse in siti più degradati".

L'oggetto dello studio

"Nel nostro studio - ricorda Di Marco - affrontiamo un problema specifico. Queste aree hanno un valore di policy riconosciuto a livello internazionale per quanto riguarda la regolazione dei servizi ecosistemici. Ben noto, ad esempio, è che queste aree sono importanti serbatoi di carbonio, ma anche siti indispensabili per la regolazione dei cicli biogeochimici e il mantenimento dei cicli dell'acqua".

Finora, però, se ne era ignorato il valore, il "potere". Non si era indagato come queste aree potessero contribuire alla conservazione della biodiversità. "Noi abbiamo cercato di rispondere a queste domande: qual'è l'effettivo ruolo che le aree di natura selvaggia giocano nel mantenimento della biodiversità? Cosa succede quando queste aree vengono perse?", si chiede il ricercatore italiano. Due quesiti di non poco conto. Lo studio ha evidenziato che negli ultimi vent'anni 3 milioni di km quadrati di queste aree sono scomparse: si tratta di una superficie equivalente a quella dell'India.

Metodo scientifico

Per dimostrare che le aree di natura selvaggia ospitano comunità biologiche uniche e rappresentano spesso il solo esempio di habitat naturale intatto per specie quasi estinte in altri ambienti, il gruppo di ricerca coordinato da Di Marco si è servito di una piattaforma innovativa da cui ha ricavato modelli sulla distribuzione della biodiversità.

La piattaforma, sviluppata dalla Commonwealth Scientific and Industrial Research (l'ente nazionale di ricerca Australiano CSIRO), è in grado di fornire stime ad alta risoluzione sulla probabilità di estinzione, su scala globale, delle specie viventi. I ricercatori hanno poi integrato tali informazioni con la recente mappa di distribuzione delle aree di wilderness, sviluppata dall'organizzazione americana Wildlife Conservation Society in collaborazione con l'Università del Queensland in Australia. Ciò che il gruppo di ricerca ha mappato è la β-diversità delle comunità biologiche, cioè il numero delle comunità viventi rilevate in una determinata area geografica.

La biodiversità considerata: piante vascolari e invertebrati

Lo studio si è concentrato sulla parte numericamente più rilevante della biodiversità terrestre: quella cioè costituita da piante vascolari (che rappresentano l'80% della biomassa terrestre) e invertebrati (il gruppo che ha la stragrande maggioranza di specie viventi, oltre il 60%).

"Questa è un'innovazione rispetto ad altri studi simili che si sono invece focalizzati sulle specie meglio conosciute, i vertebrati, che da sole non possono però garantirci un'adeguata conoscenza della biodiversità del pianeta", afferma Di Marco.

Le differenze tra le bioregioni

Lo studio ha mostrato come in ogni bioregione del pianeta esistano aree "selvagge" di fondamentale importanza per la persistenza della biodiversità della regione interessata. Tuttavia, il livello di conservazione delle specie viventi tra una bioregione e un'altra è totalmente dipendente dalla tipologia di sviluppo antropico raggiunto.

"Aree più remote, come quelle più settentriali delle regioni del Paleartico (quindi nord del Canada) o Neartico (nord della Russia), sono meno accessibili e fruibili da parte dell'uomo. Quindi è la stessa collocazione geografica a preservarne la biodiversità. Viceversa le aree dell'Europa merditerranea sono più degradate perché sottoposte allo sviluppo di civiltà che le popolano da millenni", sostiene Di Marco.

In altre aree, invece, ha avuto una forte (e felice) influenza l'applicazione di "aree protette". Ne è un esempio l'Amazzonia - anche se ora interessata da numerosi incendi - che per lungo tempo ha potuto godere di questa tutela. Differentemente, zone che non sono state sufficientemente protette, come il sudest asiatico, si sono degradate molto velocemente. Non è un caso se l'unica parte di wilderness che permane in questa regione è nel Borneo, comunque oggi a rischio a causa dell'attività di deforestazione intensiva cui è sottoposto.

Alcune zone di "natura selvaggia" giocano un ruolo fondamentale, di protezione, nei rispettivi contesti regionali. Tra queste, parte della Arnhem Land in Australia (sotto la giurisdizione di aree protette gestite da comunità aborigene), le aree nei pressi del parco nazionale Madidi nell'Amazonia Boliviana, le foreste boreali nella parte sud del British Columbia in Canada, le aree di savana dentro e fuori la riserva Zemongo nella Repubblica Centroafricana. 

Preservare la biodiversità ricordando l'obiettivo 15 dell'agenda 2030 dell'Onu

La conservazione delle aree di natura selvaggia è fondamentale per prevenire una futura crisi di biodiversità. Ma anche per formulare strategie proattive.

L'annientamento biologico indotto dall'antropizzazione del pianeta rappresenta un rischio sempre più attuale. Se le nazioni vogliono davvero impegnarsi nella tutela degli ecosistemi globali, allora il valore delle "aree selvagge" non può più essere sottovalutato."L'obiettivo 15 dell'agenda 2030 dell'Onu propone di proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell'ecosistema terrestre. In questo senso, noi vorremmo che la protezione delle aree di "wilderness" venisse considerata dalla comunità internazionale come un valore fondamentale. Chiaramente, però, questo non basta", confessa Di Marco.

Infatti, ci sono molte regioni in cui la wilderness è andata persa. Proteggere la wilderness significa allora giocare d'anticipo su più fronti. "Bisogna attivare una strategia doppia: da un lato, dove la natura selvaggia resiste, conservare le componenti della wilderness in grado di dare un maggiore contributo alla biodiversità", sottolinea Di Marco. "Dall'altro lato, dove gli ambienti sono degradati - è il caso delle regioni indomalayana e afrotropica - attuare variazioni di recupero e "restaurazione ambientale" per salvaguardare quelle specie che attualmente sono condannate a vivere in condizioni critiche. E questo partendo dal recupero degli habitat che registrano livelli di degradazione minore, i più facili da recuperare".