Sequestrate 800 milioni di mascherine di Arcuri, "dannose per la salute"

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- (Photo: Ansa)
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“La deroga per la produzione e la fornitura di mascherine di protezione dal Covid-19 concerne la procedura e la tempistica, non gli standard di qualità”. Parte da queste premesse il decreto di 14 pagine con cui la procura di Roma, il 15 ottobre, ha disposto il sequestro di una quantità enorme di mascherine di tutti i tipi - dalle chirurgiche alle Ffp3 - perché non adatte al loro scopo e, in alcuni casi, pericolose.

Il documento è saltato fuori proprio nelle stesse ore in cui arrivava, stamattina, la conferma che Domenico Arcuri, già commissario per l’emergenza, è indagato per peculato e abuso d’ufficio. La certezza che nel fascicolo sulla fornitura delle mascherine dalla Cina ci fosse anche il suo nome arriva oggi. Erano noti i nomi degli altri indagati: tra questi anche Mario Benotti, giornalista Rai in aspettativa, Andrea Vincenzo Tommasi ed Edisson Jorge San Andres Solis.

Arcuri è stato interrogato sabato a Roma dai pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varone, come ha fatto sapere stamattina il suo ufficio stampa. ”È stato così
possibile un confronto e un chiarimento che si auspicava da molto tempo con l’autorità giudiziaria rispetto alla quale sin dall’origine dell’indagine il dottor Arcuri ha sempre avuto un atteggiamento collaborativo, al fine di far definitivamente luce su quanto accaduto”, si legge nella nota. Una manciata di minuti ed è stata diffusa la notizia che fosse tra gli indagati. Per l’ex commissario i pm all’inizio ipotizzavano anche la corruzione, ma per questa accusa è stata chiesta l’archiviazione.

I magistrati, con quello che è l’ultimo degli sviluppi di questa inchiesta, hanno sequestrato ben 800 milioni di dispositivi di protezione acquistati dalla struttura commissariale durante le prime fai dell’emergenza. Alcune mascherine sono state sequestrate perché “non soddisfano i requisiti di efficacia protettiva richiesti dalle norme Uni En”. Non sono, in altre parole, sufficienti a proteggere dal virus. Altre, addirittura, perché “giudicate pericolose per la salute”, si legge nelle carte firmate dal pm Tucci.

Nel decreto i magistrati scrivono che “appare necessario procedere al sequestro probatorio di tutte le mascherine chirurgiche e di tutti i dispostivi di protezione attualmente giacenti. Sia di quelli appartenenti a partite giudicate inidonee, sia quelli appartenenti a partite non esaminate - potenzialmente inidonee o pericolose - non essendo stato possibile, in base alle informazioni ottenute dalla Struttura Commissariale, distinguerli da quelli di partite esaminate con esito regolare al fine di garantire la possibilità della perizia, evidentemente necessaria per la prova di responsabilità penale e per l’accertamento di idoneità”.

Siamo così a una tappa importante di un’inchiesta che dura da oltre un anno. Da quando, cioè, nell’estate del 2020 nel mirino dei pm romani e della Guardia di finanza erano finite quattro società e sette persone, per reati che vanno a vario titolo dal traffico di influenze illecite alla ricettazione, dal riciclaggio all’autoriciclaggio. Le indagini hanno dato conto di 1.280 contatti che ci sarebbero stati tra Arcuri e Benotti tra gennaio e maggio dell’anno scorso, ma hanno anche documentato che “non vi è prova che gli atti della struttura commissariale siano stati compiuti dietro elargizione di corrispettivo”, ed è per questo che cade l’accusa di corruzione.

L’inchiesta ha portato anche a sequestri dei beni di alcuni indagati e a misure interdittive, revocate a marzo 2021. Quando c’era la certezza che, dato il cambio al vertice della struttura commissariale - Figliuolo succede ad Arcuri ai principi di marzo 2021 - era certo che i reati, se davvero consumati, non avrebbero potuto ripetersi.

Oggi la svolta ulteriore, con polemica: “Ovviamente dopo i ballottaggi..”, scrive Salvini commentando la notizia di Arcuri indagato. Da Fratelli d’Italia, invece, l’accusa al governo: ”È inaccettabile che di queste cose si possa parlare soltanto sui giornali sui mezzi di informazione fintanto che non entra in campo la magistratura è mai in sede politica”, sostiene il senatore Lucio Malan. Il suo dito è puntato contro il secondo esecutivo a guida Conte, ma anche contro Draghi.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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