Settimana sociale, i cattolici alla sfida dell’irrilevanza

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Image from askanews web site
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Taranto, 22 ott. (askanews) - Il paradosso non potrebbe essere più lampante. A Taranto, dove i cattolici italiani sono riuniti da giovedì a domenica per la loro 49esima settimana sociale, il messaggio della Chiesa è quanto mai attuale e, al tempo stesso, rischia come non mai di non essere rilevante.

Per uscire dalla crisi generata dal Covid - "crisi insieme sanitaria e sociale" - "è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani", ha detto il papa in un messaggio che ha inviato ai delegati riuniti nella cittadina pugliese.

Con la pandemia le parole di papa Francesco, in particolare la sua enciclica Laudato si', sono risuonate come profetiche. L'emergenza sanitaria ha palesato la necessità di una "ecologia integrale" che si prenda cura al contempo dell'ambiente e delle persone, delle generazioni che verranno e di quelle attuali. E la scelta di Taranto, la città dell'ex Ilva, non poteva incarnare meglio la necessità di assicurare l'occupazione senza trascurare la salute. Eppure la parola a volte si spegne.

"Non sostiamo nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano e si chiudono", ha detto Francesco.

C'è il rischio di una autoreferenzialità della Chiesa? Che i cattolici se la cantino e se la suonino senza riuscire ad interloquire con il resto della società, senza incidere sui cambiamenti? "Sin dalla preparazione la Settimana sociale ha voluto incontrare tutti, uscire, coinvolgere in particolare i giovani", risponde mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente del comitato scientifico e organizzatore. "Abbiamo rifuggito la convegnistica e abbiamo puntato sulla testimonianza". Non solo: "Abbiamo voluto mettere in rilievo delle buone pratiche. I delegati visiteranno realtà stupende nel territorio tarantino e brindisino, in cui gli scarti che potevano essere elemento di inquinamento e distruzione dell'ambiente divengono elementi di produzione di un'energia salubre che non contamina. Ci muoviamo secondo la direzione che il papa dà di una Chiesa in uscita: ci realizziamo quando viviamo la realtà, quando viviamo le sfide del presente, e qui a Taranto da quando sono venuto siamo sempre impegnati a rispondere alle sfide che la realtà ci pone, tenendo al centro il cuore evangelico che ci fa dialogare con tutti".

Lo stesso monsignor Santoro, peraltro, ha avvertito gli altri convenuti nel discorso introduttivo: "In questa città vi invito anche a riconoscere il disincanto e lo scetticismo, probabilmente anche verso questo nostro raduno, perché i tarantini sono stanchi e delusi, al pari di tanti poveri e sfruttati del Pianeta". Spiega l'arcivescovo di Taranto: "Ne abbiamo viste tante, in quasi 10 anni che sto qui abbiamo visto 12 decreti governativi, si cominciava una cosa poi si interrompeva: la speranza è stata messa a dura prova". Ma non è vinta.

Certo rispetto a qualche anni fa la società è mutata profondamente. E se il ministro Enrico Giovannini, ospite a Taranto, ha voluto tributare ampi riconoscimenti all'influenza della Chiesa ("i cattolici in questo momento hanno un ruolo vitale"), citando la lectio divina, il "kairos", in teologia il momento propizio, e anche confessando di aver scelto di fare l'economista dopo aver consultato un prete; e se pure il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che non viene da una cultura cattolica, ha rivendicato di aver sempre rispettato la dottrina sociale della Chiesa ed ha elogiato l'atmosfera della Settimana sociale ("Ho sentito in questa platea una grande fede... E questa potrebbe sembrare una battuta... una fede negli uomini, nelle donne, nella politica"); eppure, rispetto a neppure molti anni fa, i rapporti tra Chiesa e politica sono cambiati. E non perché qualche ministro preferisce inviare un video-messaggio anziché partecipare di persona a Taranto. Né perché - peraltro non era una regola - alle precedenti edizioni delle Settimane sociali capitava che si presentasse un presidente del Consiglio (Paolo Gentiloni a Cagliari nel 2017, Enrico Letta a Torino nel 2013). Il mutamento è più profondo.

In Parlamento non c'è più un partito che si richiami nel simbolo o nel nome al cristianesimo. Fanno parte del passato le mobilitazioni di cui erano capaci le grandi associazioni e i grandi movimenti del laicato cattolico. E anche il protagonismo dei vescovi all'epoca del cardinale Camillo Ruini - quello che "è meglio essere contestati che irrilevanti" - è un ricordo ormai remoto. L'associazionismo più impegnato sul sociale, a sua volta, non di rado fatica ad uscire dall'autoreferenzialità. Non è un dilemma nuovo per il cattolicesimo, se essere cultura e collante sociale o "sale della terra". Ma con un papa che parla in modo così chiaro e vocale di ingiustizia e ambiente, di lavoratori precari e di un'economia che uccide, il paradosso è ancor più evidente.

Leonardo Becchetti, economista dell'università di Roma Tor Vergata e grande animatore della Settimana sociale di Taranto, punta molto sulle "buone pratiche". Che, spiega, "non sono cattoliche: alcune sì, c'è l'ispirazione della Chiesa, ma non abbiamo chiesto la patente di cattolicità. Siamo andati a cercare tutte quelle aziende sane, e a livello nazionale parliamo di decine di migliaia di aziende, a cui noi dobbiamo dare sempre più visibilità. Persone di buona volontà, credenti e non credenti, che condividono una visione attorno al fatto che oggi non si può essere schizofrenici, bisogna tenere insieme la dimensione economica, quella sociale, quella ambientale e quella della ricchezza del senso di vita". E c'era bisogno dei cattolici? "C'è uno specifico cattolico perché, come è stato detto anche oggi, nel Sud l'infrastruttura sociale più ricca è quella dei cattolici. La fonte di alimentazione ideale che hanno i cattolici è molto forte e spinge sempre a realizzare qualcosa". Per Becchetti, che ha lavorato con realtà come Banca etica o il mondo equo e solidale, "la vera questione, e lo dico da economista, è come accompagnare le realtà di frontiera che cambiano le cose". Per farlo, la fede può essere un motore importante: "La virtù cattolica della speranza è l'irriducibilità all'umano penultimo: ecco, questa irriducibilità è una insoddisfazione che ci spinge sempre avanti e ci spinge sempre a migliorare il mondo in cui siamo".

Con la sfida, lo sottolinea mons. Santoro, che "c'è stata una preparazione di Taranto, ora c'è Taranto, e poi ci sarà un dopo Taranto". L'intenzione degli organizzatori della Settimana sociale è continuare anche dopo domenica a diffondere - e valutare - le buone pratiche, costruire reti e alleanze tra diocesi, terzo settore, imprenditori e amministrazioni pubbliche, sempre nel nome di una "ecologia integrale" e nella convinzione - è l'hastag dell'evento tarantino tratto dall'enciclica Laudato si' di Francesco - che "tutto è connesso".

Angela Caradonna, 33 anni, avvocato, salesiana cooperatrice, animatrice di comunità senior del Progetto Policoro nella diocesi di Mazara del Vallo, fa parte dei giovani che a Taranto propongono progetti di rigenerazione sociale e sostenibilità ambientale. C'è il rischio dell'autoreferenzialità? "Il rischio c'e sempre, ma Taranto è l'occasione per guardarci in faccia e decidere dove andare, nella convinzione che il prossimo passo deve essere non 'ad intra' ma 'ad extra'. Se ce la cantiamo e ce la suoniamo tra di noi rischiamo di essere inconcludenti. Invece qui possiamo incontrarci tra cattolici perché ci si ricordi reciprocamente verso dove stiamo andando. C'è un dopo Taranto. Quello che facciamo non può rimanere chiuso tra quattro mura, è necessaria un'apertura alla società e al mondo. Nella speranza che questo lavoro venga accolto".

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