Settimana sociale CEI, p. Occhetta: impariamo lezione da natura

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Città del Vaticano, 18 ago. (askanews) – “Quando il rapporto tra natura e cultura salta possono generarsi dei virus che paralizzano il mondo”. Lo afferma padre Francesco Occhetta, gesuita, docente della Pontificia università Gregoriana, iniziatore e coordinatore del progetto “Comunità di Connessioni”, in una video-interviste che fa parte di una serie che askanews ha realizzato in vista della 49esima edizione, intitolata “Il pianeta che speriamo”, che quest’anno si svolgerà a Taranto dal 21 al 24 ottobre prossimi. Ambiente, lavoro, futuro, tutto è connesso, sottolinea la Conferenza episcopale italiana. Il gesuita ha scelto per noi la parola-chiave “natura”:

“La parola chiave – dice padre Occhetta – è natura perché la natura ha un suo ordine, un suo sviluppo una sua profondità e la natura va anche contemplata con la cultura, che è un modo per poterla non manipolare ma rispettare. Quando questo rapporto tra natura e cultura salta possono generarsi dei virus che paralizzano il mondo. Oggi noi siamo connessi in ogni angolo della terra, si è ammalato il ricco e si è ammalato il povero, il giovane e l’anziano. Quel che noi vogliamo fare a Taranto è riportare al centro del dibattito il ritmo della natura, che può generare nuovi lavori, che siano lavori umani, dove la natura è appunto rispettata: quello che chiede il Papa, e quello che la dottrina sociale della Chiesa ci insegna”.

Per padre Occhetta, “occorre partire dalla realtà e da quei principi che la dottrina sociale della Chiesa, che sono quelli dell’uguaglianza, e quindi della giustizia, e quelli della solidarietà. Laddove sono state generate sacche di povertà bisogna intervenire, la politica deve utilizzare il criterio dell’ultimo per creare politiche inclusive. E questo produce scelte concrete. Se vecchi lavori sono morti, con la pandemia e dopo la pandemia, ma ne stanno nascendo altri, questi lavori devono nascere tutelati, perché non possiamo permetterci che molti lavori arricchiscano chi li offre ma non chi li svolge. Bisogna poi pensare a un soggetto che è il grande dimenticato, quegli imprenditori che a partire proprio dalla contemplazione della natura creano un nuovo modo di fare comunità di impresa. A loro dobbiamo guardare, a loro dobbiamo dare la nostra fiducia, perché è grazie a loro e al loro rischio che molte persone possono poi lavorare e rilanciare anche un mondo nuovo”.

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