Sgambetti e dispetti, tra Salvini e Meloni è "conflittualità seriale"

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(Photo: Stefano Montesi - Corbis via Getty Images)
(Photo: Stefano Montesi - Corbis via Getty Images)

Botte da orbi tra Salvini e Meloni, con Forza Italia in allarme rosso per il tasso di conflittualità dei due alleati. Sullo sfondo dell’imminente semestre bianco e con il timore di ripercussioni sulla scelta della legge elettorale, oltre che sulle amministrative.

Ultima scena a Milano, durante il lancio del candidato di centrodestra alle comunali, il pediatra Luca Bernardo voluto da Salvini dopo una sfilza di no “civici”. Giacca scura aperta sulla camicia bianca e sorriso ecumenico, sul palco c’è il leader della Lega: “E’ una giornata così bella di unione che non dedico tempo a una sinistra che vorrebbe il centrodestra diviso”. A pochi metri da lui, l’unione va in diretta: la forzista Licia Ronzulli cerca di togliere il cartello “Fratelli d’Italia” sulla sedia vuota in prima fila - accanto a Tajani, Lupi e al governatore Fontana - che era destinata a Giorgia Meloni assente per “impegni imprevisti”, per sostituirlo con analogo cartello “Lega”. Ronzulli però sottovaluta i riflessi di La Russa, in seconda fila, che scatta strappandole il foglio dalle mani e replicando alle proteste in modo inequivocabilmente armonioso: “Non me ne fotte un cazzo”.

Sono i postumi dello “sgambetto” sulla Rai fatto dal centrodestra di governo a quello di opposizione, che alla Meloni è costato una casella importante – Giampiero Rossi, potente consigliere della tv pubblica e “watchdog” del pensiero di FdI nei palinsesti – e uno sgarbo pubblico. Proprio nel giorno in cui il cda ratifica le nomine governative a Viale Mazzini: la presidente Soldi e l’ad Fuortes, che dovranno però avere luce verde in Vigilanza. È una frattura diventata, sull’onda dei sondaggi che incensano l’ex ministra della Gioventù, una “faglia critica” soprattutto tra Salvini e Meloni. L’ennesimo capitolo di una “conflittualità seriale” che ai piani alti Forza Italia considerano “un problema al momento serio”.

Nonostante il tutto-andrà-bene recitato dall’ex vicepremier, Meloni è furibonda al punto da chiamare in causa il Quirinale. E’ il sequel del braccio di ferro sul Copasir, dell’esclusione dalle commissioni parlamentari d’inchiesta. A Milano, interrogati sul significato dell’assenza dell’unica leader (c’è stata pure la telefonata di Berlusconi), La Russa e Santanché hanno risposto all’unisono: “Fatevi una domanda e datevi una risposta”. Ad HuffPost, il cofondatore di Fdi Guido Crosetto è andato giù duro: “Gli schiaffi si restituiscono”. Spiega il deputato Walter Rizzetto: “Mi pare evidente che lo sgarbo è forte e profondo. Un chiarimento è imprescindibile, e spero avvenga presto”. I gruppi parlamentari, guidati da Ciriani e Lollobrigida, sono sul piede di guerra: “Dovremo far sentire il nostro peso” è l’umore che si registra.

Già: ma come? Di poste sul piatto, al momento e ne sono poche. La guida della commissione di Vigilanza – peraltro non offerta dagli alleati – non sarebbe considerata una compensazione sufficiente. Meglio una vicedirezione di rete di peso o la direzione di un Tg nella nuova Rai. Ma è una storia tutta da scrivere. Anche la minaccia – circolata in queste ore – di schierare candidati di partito in Calabria (Ferro contro Occhiuto) e a Napoli (Rastrelli contro Maresca) è caricata a salve, perché gli alleati impallinerebbero Michetti a Roma portando acqua unicamente al mulino degli invisi Pd e M5S.

Va detto che Forza Italia è stata complice dello sgambetto, conquistando Simona Agnes a spese di Rossi, ma qui i meloniani sono più indulgenti: “Noi siamo 36 deputati, Rossi ha avuto 74 voti… Molti sono venuti dai forzisti che non volevano la Agnes. Del resto, lei non ha niente a che fare con la storia di quel partito, è un’amica di famiglia di Gianni Letta”. Il punto è sempre lo stesso: sul ring ci sono Meloni e Salvini, gli azzurri stanno alla finestra. Come sottolinea Osvaldo Napoli, passato a Coraggio Italia: “Queste fibrillazioni non fanno bene all’unità, i leader dovrebbero sedersi al tavolo prima di prendere decisioni. La conflittualità tra Lega e Fdi è diventata seriale, ma se continua così il centrodestra non ci sarà più”. Preoccupato è anche Alessandro Cattaneo, deputato forzista ed ex sindaco di Pavia, che si appella a entrambi i leader: “Chi si candida a fare il collante della coalizione si ricordi di come faceva Berlusconi: si comportava da capo dell’alleanza prima che del suo partito facendo anche passi indietro. Non cadiamo nell’errore mortale di dividerci”.

Alle porte c’è il semestre bianco, non certo un toccasana per le tensioni. Al punto che tra i parlamentari di centrodestra c’è chi teme ripercussioni sulla legge elettorale. Non tanto il ritorno del proporzionale – improbabile – quanto un ritocco al Rosatellum nel senso di sostituire i collegi, che impongono un terzo di candidati comuni, con liste apparentate più premio di maggioranza. Un modo per vincere e contarsi. “In questa situazione di competizione estrema tra Salvini e Meloni può davvero aprirsi una finestra per liste comuni tra Lega e Fi – ragiona un senatore – Per Matteo sarebbe l’arma finale con cui sbarrare la strada di Palazzo Chigi a Giorgia...”.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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