Si è ingarbugliato prima di cominciare il “great game” sul Quirinale

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Italian president Sergio Mattarella with the Italian Prime Minister, Mario Draghi (Photo: US QUIRINALE ANSA)
Italian president Sergio Mattarella with the Italian Prime Minister, Mario Draghi (Photo: US QUIRINALE ANSA)

Ancora non è iniziato, e già si è ingarbugliato il “great game” attorno al Quirinale. Prova ne è l’umore non proprio sereno dell’inquilino uscente, la cui indisponibilità al bis al momento non è in discussione, ma il cui rovello ruota attorno ai segnali che indicano il rischio di una successione non ordinata. E se la preoccupazione diventa anche un fastidio soft per la leggerezza con cui nel dibattito pubblico viene prospettato un “bis a tempo”, l’effetto è quello di evitare l’argomento anche nei conciliaboli con i suoi collaboratori.

C’è poco da fare, il tema è squadernato e, con esso, un’irrituale confusione su un doppio piano: costituzionale, sul ruolo stesso della Presidenza della Repubblica che in Italia non prevede emuli di De Gaulle, e politico, le ricadute sull’assetto. Se possibile, le ultime 48 ore hanno avuto l’effetto di un detonatore. Perché se Giorgetti, suo malgrado, ha innescato una sorta di referendum su “Draghi sì, Draghi no”, è anche vero che il premier ancora non si è sottratto al dibattito con una formula di rito – il famoso “lavoro da portare a termine” ad esempio – il che significa che tiene in considerazione l’eventualità.

E proprio da una sua parola dipenderà il primo, vero atto concreto della partita: “La verità – dice un autorevole ministro – è che la decisione dipende in gran parte da un uomo solo, come neanche ai tempi di Craxi e Fanfani”. Perché, nel caso di una palese disponibilità, come fai dire di no, anche se c’è un macigno sulla via del sì, che si chiama “governo”. È per questo che Enrico Letta si è tenuto alla larga dal dibattito, diventato più impegnativo nelle ultime 48 ore, in cui la stessa dichiarazione, fatta una settimana fa sulla necessità di andare avanti fino al 2023, sarebbe sembrata come una contrarietà, alla luce del “silenzio assenso del premier”.

Consapevole di tutto ciò, Draghi per ora lascia fare, secondo gli antichi precetti dei leader di una volta: “Se l’onda monta – dicevano – lasciala montare, se decresce, sottraiti”. Anche perché, anche qui, il rovello è di quelli non banali, confermato dalle due scuole di pensiero dei suoi collaboratori, entrambe fondate: quella del “se non ora quando”, quella del “che succede col governo”, con tutte le conseguenze: può un paese, uscito in parte dalla più drammatica crisi mai vista e avviato verso la ripresa, permettersi un’incertezza nella tolda di comando? È questo lo scoglio, che ha spinto Luigi Di Maio e Giancarlo Giorgetti ad attovagliarsi davanti a una fumante pizza da Michele. Il ministro degli Esteri è convinto che le rassicurazioni di Salvini siano una “palla” e che, una volta mandato Draghi al Colle, il leader della Lega punterà ad andare al voto. Del resto non ci vuole un mago per registrare come, nella testa di Salvini, l’operazione Draghi, così come congegnata da Giorgetti, si configuri come ostile verso la sua linea e la sua leadership, motivo per cui, in attesa di capire gli sviluppi, ha confermato il suo sostegno a Berlusconi.

Con gli elementi che ci sono sul tavolo, il problema, per ora, è senza soluzione, almeno finché, invece di partire dalla testa (il Colle), i leader dei vari partiti non decideranno di partire dalla coda (il Governo) e dal “che fare”. E anche il modo in cui la questione è stata posta, come un risiko ordinario in tempi straordinari, conferma tutte le ragioni di default della politica che hanno spinto Draghi a Palazzo Chigi. Perché non è banale il problema. Se è vero che è difficile immaginare che, come primo atto, il capo dello Stato appena eletto possa sciogliere le Camere che lo hanno votato, è anche vero che, se il premier va al Colle, un Governo magari nasce pure ma rischia di nascere morto: “Franco o chi per lui – ragionavano due ministri di centrosinistra – non ha il fisico per tenerlo e, incassata la fiducia, si ritroverebbe travolto da una campagna elettorale lunga un anno, altro che Recovery, perché si governa in Parlamento, non dal Quirinale”.

E non è un dettaglio questa parola, il Parlamento, per il dopo ma anche per il prima, perché già racconta di uno spappolamento dei gruppi che sconsiglia avventure. E pure il fatto che Conte non sia riuscito a far eleggere il capogruppo al Senato, così come i franchi tiratori del Pd sul ddl Zan indicano che l’intendenza non segue bovinamente le indicazioni dei capi: “Figuriamoci che può succedere sul Quirinale”, sussurrano i più, se non c’è la granitica certezza che si arrivi a fine legislatura. Sempre allo scoglio si torna: nel caso, chi governa l’Italia?

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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