Si balla come una volta, se non fosse per le file del Green Pass

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(Photo: Silvia Renda)
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“Raga, ma a voi va internet?”. Quattro di loro hanno superato il cordone che separa l’uscita dall’entrata della discoteca Studio 7 di Roma. Sono già sulle scale, costretti all’attesa dal quinto amico, quello a cui non funziona il Green Pass. “Ti conviene scaricare l’app”, suggerisce il buttafuori, che non cede alle preghiere di chiudere un occhio, “Ragazzi, mi dispiace, ma le disposizioni sono queste. Se non ce l’ha, non può entrare”.

Venti mesi fa non era neanche immaginabile una scena del genere. Non c’erano ancora i vaccini anti covid, tanto meno si parlava di un pass che avrebbe inibito l’acceso nei locali alle persone. 596 giorni sono trascorsi da quando la discoteca ha chiuso, costretta dal decreto che poneva fine ai balli sotto la palla stroboscopica, allo scopo di limitare il numero dei contagi. È il primo sabato dopo la riapertura concessa a sorpresa dall’11 ottobre. Da Studio 7 un cartello precisa che “per accedere bisogna esibire il Green Pass”, come disposizioni governative. E questo causa qualche rallentamento all’entrata: non tutti sono preparati.

(Photo: Silvia Renda)
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“Oddio stavo lasciando il cellulare a casa, meno male che l’ho portato”, dice una donna in fila. “E sì, sennò a casa ci tornavi pure tu”, risponde l’amica. Qualcuno mostra il qr code salvato sul proprio smartphone, altri, nel dubbio hanno portato proprio lo stampato: “Non lo legge. Guarda magari l’hai piegato male, alle volte basta una piega...”. Doppio controllo: prima la certificazione, poi tocca lasciare nome e cognome. Di file se ne formano però tre: nella terza confluiscono sparsi quelli che provano a risolvere i problemi di vario genere col Green Pass.

Una volta dentro è un attimo e ti dimentichi ci sia stata una pandemia. Tra gli oltre mille metri quadri un tempo si muovevano fino a 700 persone, ora per disposizione governative ce ne sono meno della metà, ma risulta comunque strano – dopo mesi di proibizione - vederle ballare vicine, abbracciate, insieme, senza mascherina. Le direttive ne impongono l’uso in tutte le aree del locale, fuorché squando si balla, paragonabile alle attività fisiche al chiuso. Com’è facile immaginare, questa è la regola più difficile da garantire venga rispettata, nonostante gli sforzi degli addetti alla sicurezza. Come spiegare che basta un passo per uscire da un’area protetta da una bolla invisibile, in cui inspiegabilmente la mascherina torna utile? I clienti poco se ne preoccupano.

Silvia Renda (Photo: Silvia Renda)
Silvia Renda (Photo: Silvia Renda)

“Siamo tornati! Riprendiamoci tutto!” grida il vocalist per dare il benvenuto al pubblico che gli è mancato: la risposta è un urlo all’unisono, braccia alzate al soffitto. Tra tacchi alti e vestiti da sera ne spicca uno tutto bianco. Una sposa ha deciso di concludere qui i festeggiamenti del suo matrimonio. “Io e Vincenzo ci siamo conosciuti a Studio 7”, racconta Romina ad Huffpost, “Io ero cliente, lui guidava la navetta. È il nostro posto, dovevamo tornare. C’è mancato tanto in questi mesi, ora è come un brivido. È stata una fortuna trovarlo aperto nel sabato delle nozze. Era ora”.

(Photo: Silvia Renda)
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A metà estate 2020 le discoteche erano finite sul plotone d’esecuzione: dopo mesi in cui la parola d’ordine era stata “distanziamento sociale”, le immagini delle ammucchiate festanti tra i droplets emessi sulle note di “L’amour toujour” avevano preoccupato Cts e governo: non si può più fare, chiudiamo tutto. Con il calo dei contagi qualche spiraglio veniva dato ad altre attività, ma le discoteche rimanevano sempre indietro. Le più colpite nel già bastonatissimo settore dell’intrattenimento. Silb-Fipe, Associazione Italiana Imprese di Intrattenimento da Ballo e di Spettacolo, sostiene che la perdita sia stata di circa tre miliardi e mezzo di euro.

“I lavoratori erano 100mila, molti non hanno potuto avere accesso agli ammortizzatori sociali e quindi si sono cercati altri lavori”, dice ad Huffpost Maurizio Pasca, presidente Silb, “I ristori sono stati poca cosa, ma speriamo di riprenderci. Non vogliamo essere assistiti dallo Stato ma riappropriarci del nostro lavoro”. Secondo i dati riferiti da Silb-Fipe, le discoteche e i locali da ballo nel nostro Paese sono circa tremila. Il 30% di loro non riaprirà mai più. In questo primo sabato di ritorno, molte attività, specie le più celebri, hanno scelto di attendere ancora, per prepararsi al meglio. A Roma, il Piper aprirà al pubblico il 22 ottobre, ma i gestori hanno già ricevuto tantissime chiamate di prenotazione. “Il pubblico non si è anestetizzato all’assenza delle discoteche. Ci sarà sempre voglia di ballare e quest’estate si è comunque ballato dappertutto”, spiega Pasca, raccontando dell’entusiasta risposta dei clienti, che sembravano non aspettare altro, “Ipotizziamo che entro la fine del mese si possa tornare a una capienza più ampia e verso la metà di dicembre tornare alle capienze effettive. Non avrebbe senso con l’85% della popolazione già vaccinata”.

(Photo: Silvia Renda)
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Le date non sono scelte a caso: fine mese significa il 31 ottobre, notte di Halloween. Dove i più adulti, anziché bussare per un “dolcetto/scherzetto”, si riversano sulle piste da ballo con cocktail in mano. Metà dicembre, invece, significherebbe poter registrare i vecchi sold out nelle notti delle festività natalizie, specie quella di Capodanno. All’Eur, quartiere rinomato della movida romana, in queste date ci crede probabilmente la celebre Room26: per rivederla aperta bisogna aspettare proprio la notte di Halloween. “C’è un pregiudizio ideologico nei nostri confronti” dice Pasca, “Io sono presidente anche di Ena, l’European nightlife association, che ha sede a Parigi e raggruppa tutto il settore dell’intrattenimento notturno europeo. Vedo negli altri paesi un’attenzione diversa, qui in Italia è maltrattato, umiliato e deriso”.

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Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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