Si chiama long-covid e si cura con speciali protocolli di riabilitazione. E una medicina antica: il tempo

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Photo credit: Dante Farricella
Photo credit: Dante Farricella

La chiamano fatigue: uno stato di spossatezza che ti rimane addosso a lungo, dopo che il virus se n’è andato. È il sintomo più frequente di quello che viene definito long-covid, una sorta di impronta che, secondo l’Oms, la malattia lascia sul corpo e sulla psiche di una persona su 10 fino a quattro mesi dopo la guarigione. Il giornalista di Radio24 Simone Spetia la descrive così: «Ti senti come quei cellulari la cui batteria è ormai “andata” e devono essere messi in carica di continuo. Anche quando ricominci a fare una vita normale hai bisogno di fermarti almeno ogni due ore».

Spetia è uscito dalla malattia – che per fortuna ha trascorso a casa – solo da poche settimane, ma le sue condivisioni sui social hanno catalizzato i commenti di molte persone che sperimentano sintomi da long-covid: c’è chi ha forti mal di schiena, chi si sente depresso, chi non ha ancora recuperato l’olfatto e il gusto dopo un anno. Il che, rispetto ad altri, è un effetto collaterale di piccola entità, ma rende complicata la vita quotidiana: «Soprattutto in cucina, perché non sei in grado di riconoscere la freschezza del cibo né di sentire se stai bruciando qualcosa», spiega il giornalista.

Sui danni di medio e lungo periodo del covid non ci sono certezze assolute: si sa soltanto che esistono. «Solo il 20 per cento dei pazienti si sente definitivamente guarito dopo due-tre mesi dalla scomparsa del virus: tutti gli altri accusano dei sintomi. Nel 65-70 per cento dei casi è stanchezza cronica, ma sono presenti anche dispnea, dolore toracico, altralgie, mialgie e calo dell’attenzione, con la conseguente diminuzione della capacità di memorizzazione. Per ora sembra che le probabilità di danni permanenti sia bassa: quasi sempre si tratta di concedersi del tempo, perché dopo aver sperimentato uno stato infiammatorio così importante l’organismo ha bisogno di una convalescenza lunga», spiega Matteo Tosato, responsabile del day hospital post-covid del policlinico Gemelli di Roma.

Il long-covid colpisce persone di ogni età, indipendentemente dalla gravità dei sintomi della malattia. Semmai un piccolo primato ce l’hanno (purtroppo) le donne. Una delle ipotesi è che l’assetto ormonale femminile renda più frequente una risposta autoimmune: sottoposto all’enorme stress della malattia, il corpo reagisce producendo anticorpi contro se stesso, impedendo una guarigione rapida.

In ogni caso, tornare a sentirsi come prima è difficile: «È come essere travolti da un treno: quando ti riprendi non sei più lo stesso», racconta Jessica Zhu Yaolin, imprenditrice che si è ammalata nel marzo del 2020 e ha iniziato a sentirsi meglio nel gennaio di quest’anno. «Sono stata in ospedale per 12 giorni, mi hanno aiutato a respirare con il casco ma non sono andata in terapia intensiva. Dopo ho iniziato ad avere problemi di memoria a breve termine: mia figlia mi dice che le ripeto più volte la stessa cosa. E devo appuntarmi tutto, mentre prima tenevo i miei impegni tutti in testa. Inoltre, nonostante io sia una persona positiva, adesso per stare bene ho bisogno di essere rassicurata, distratta».

Non è l’unica. Problemi psicologici, psichiatrici e neurologici sono abbastanza frequenti tra chi ha superato la malattia: secondo la rivista scientifica Lancet, anche a distanza di sei mesi. «Dalle rilevazioni dei nostri psichiatri emerge che il 30 dei pazienti per cento lamenta un disturbo post-traumatico da stress. In occasione del crollo delle Torri Gemelle si parlava del 20 per cento», spiega Tosato.

Secondo Barbara Poletti, responsabile del Centro di neuropsicologia dell’Istituto Auxologico San Luca di Milano, il disturbo post traumatico da stress compare soprattutto in coloro che sono stati ricoverati: «Perché solitamente ha a che fare con l’essere stati esposti a una situazione in cui si è temuto di morire e ci si è sentiti impotenti». In altri casi si evidenziano disturbi di adattamento: chi ha vissuto un ricovero o un lungo isolamento (anche in casa), fatica a riadattarsi alla propria esistenza, sperimentando angoscia, ansia, disturbi del sonno. «Ci sono, poi, casi in cui non si ha la percezione di essere depressi, ma si ha difficoltà a riprendere i contatti con il mondo e si sta molto in casa: sintomi di cui è meglio parlare con il medico».

Oltre alle conseguenze psicologiche della malattia, i medici stanno indagando quelle neurologiche (si parla di “neurocovid”) come disturbi cognitivi connessi alla gravità dell'insufficienza respiratoria durante la fase acuta della malattia. «Abbiamo esaminato un campione di 38 persone tra i 22 e i 74 anni: il 26 per cento di loro ha riscontrato un deficit nella memoria di lungo termine; il 42 per cento nel processamento delle informazioni, conseguenza pesante soprattutto per chi, per lavoro, deve prendere decisioni rapidamente o usare macchinari sofisticati», spiega Poletti. «In questi casi, però, può essere molto efficace la riabilitazione cognitiva».

Per chi è stato in ospedale, magari in terapia intensiva, la strada del ritorno alla normalità si presenta ancora di più in salita, con un percorso riabilitativo lungo e complesso. «Sono stato ricoverato per 18 di giorni, di cui 5 giorni e 7 notti sotto il casco. Data la quasi totale immobilità, ho perso 10 chili e praticamente tutta la massa muscolare: quando mi toccavo le gambe, sentivo subito le ossa»: il fotografo Dante Farricella racconta di essersi impegnato con tutte le sue forze per uscire dall’ospedale con le proprie gambe. Ma per chi è stato costretto all’immobilità per un mese o più, con strumenti invasivi di ventilazione assistita, non è così semplice.

Photo credit: Patricia Franceschetti
Photo credit: Patricia Franceschetti

Lo conferma Sara Aliboni, fisiatra del reparto di riabilitazione dell’ospedale Versilia (LU). «L’allettamento, la sedazione prolungata, la pronazione a volte necessaria per migliorare la dinamica respiratoria, l’utilizzo di caschi con ancoraggio sotto ascellare: sono molti gli elementi che rendono necessaria la riabilitazione. Di solito quando i pazienti arrivano da noi respirano già in maniera autonoma, ma se non è così dobbiamo "svezzarli" dalla cannula tracheale, oltre ad aiutarli a riacquisire la capacità di deglutizione e la funzionalità muscolare. Nel reparto – tutto al femminile – di Aliboni, diretto dal primario Federico Postoraro, si lavora senza sosta dallo scorsa primavera. È quasi inevitabile chiederle che cosa pensa quando sente dire: “Il covid è poco più di un’influenza”, ma la domanda la stupisce. Poi risponde: «Sono concentrata sul mio lavoro, non ho tempo, né voglia, di seguire ciò che si dice “fuori”». E non c’è altro da aggiungere. |

(nella foto in alto: alcuni operatori dell'ospedale civico di Baggiovara, Modena, ritratti dal fotografo Dante Farricella durante il suo ricovero per covid. Le foto sono diventate un libro, Letto 13, in vendita qui. Il ricavato andrà in beneficenza).