Si fa serio il gioco attorno a Tria

Alessandro De Angelis

Più che un governo, con una sua visione d'insieme e una sua ispirazione di politica economica, pare una sorta di Yalta, con i due partner impegnati a potenziare, nella manovra, le proprie sfere di influenza e il ministro Tria impegnato a difendere i confini dei conti. Ed è proprio questo che il titolare dell'Economia ha spiegato nel colloquio col Conte, quando ha letto una minacciosa agenzia ispirata dai Cinque Stelle, in cui gli veniva recapitato una specie di ultimatum anonimo: "O trova i dieci miliardi per il reddito di cittadinanza o via". Mettere in discussione i confini equivale a scatenare l'inferno sui mercati, perché puoi anche ingaggiare un duello rusticano con l'Europa, ma poi c'è lo spread. E come ha detto Tria a Cernobbio "è inutile cercare 2 o 3 miliardi nel bilancio dello Stato per finanziare le riforme, se ne perdiamo 3 o 4 sui mercati finanziari a causa del rialzo dello spread".

Questo è il nodo che resta non sciolto, al netto della smentita di circostanza di Palazzo Chigi per chiudere, almeno per ora, il caso: il confine. Ovvero quell'1,6 nel rapporto tra deficit e Pil che Tria non intende superare, consapevole che questo significherebbe "scherzare col fuoco" e far precipitare il paese in una drammatica incertezza. E rischia di accendere il falò la richiesta arrivata a via XX settembre di superare il 2 per cento, per trovare qualche risorsa in più per coprire il reddito di cittadinanza e l'elenco di misure considerate imprescindibili da ognuno per la tenuta del proprio blocco.

E c'è un motivo se nei giorni scorsi, il pragmatico sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti ragionava con qualche collega di governo che, per come stanno andando le cose, una volta fatta la finanziaria, con tutta la fatica del caso, "è meglio tornare a votare" perché è evidente che lo schema di Yalta mostra la sua fragilità. Nazionalizzazioni, giustizia, opere pubbliche: è evidente che, dopo l'entusiasmo iniziale, la quotidiana...

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