Si indaga su frammenti ossei ritrovati nel Po, in cerca di Saman Abbas

·3 minuto per la lettura
Saman  Abbas (Photo: FACEBOOK MAI PIU' ALTRE SAMAN/ANsa)
Saman Abbas (Photo: FACEBOOK MAI PIU' ALTRE SAMAN/ANsa)

Si riaccendono i fari e i microscopi dei Ris di Parma sul caso Saman Abbas, la 18enne pachistana che sarebbe stata uccisa a Novellara, nella Bassa Reggiana. Un corpo mai ritrovato dopo otto mesi di ricerche. Ma ora la speranza di ottenere la verità è legata a due ritrovamenti dei quali ha dato notizia l’edizione locale de Il Resto del Carlino: un frammento osseo trovato nell’area del Lido Po di Boretto e gli abiti dello zio della ragazza.

Il primo reperto risale al 3 novembre scorso quando i carabinieri sono stati chiamati da una persona che ha trovato i resti di una calotta cranica, presumibilmente umana, anche se non vi sono certezze assolute al momento. Una scoperta fatta in una zona golenale del fiume Po, luogo che ha subito fatto drizzare le antenne agli inquirenti.

Il sostituto procuratore Laura Galli, pm titolare dell’inchiesta, ha collegato tutto al racconto del fratellino minore di Saman, durante l’incidente probatorio. “Facciamola in mille pezzi, la buttiamo a Guastalla, dove c’è un fiume”, queste le parole riferite al gip stando a quanto aveva origliato durante una riunione di famiglia, pronunciate da un cugino (un familiare che non risulterebbe indagato al momento). Così è stato ordinato al reparto investigazioni scientifiche dell’Arma l’esame specialistico del frammento osseo affinché venga estratto il profilo biologico del Dna per capire se possa appartenere a quello di Saman. E dovranno analizzare, a caccia di tracce compatibili con la presunta vittima, anche i vestiti sequestrati il 6 novembre scorso a Novellara - nel casolare dove tutta la famiglia Abbas lavorava come braccianti e custodi di un’azienda agricola dove sarebbe stata ammazzata Saman - appartenenti allo zio Danish Hasnain, ritenuto l’esecutore materiale dell’omicidio che si sarebbe consumato la notte tra il 29 e il 30 aprile.

Un delitto pianificato perché Saman aveva rifiutato un matrimonio combinato con un cugino in patria, ma anche per essersi fidanzata con un connazionale inviso alla famiglia e per vivere in una maniera considerata troppo “all’occidentale” dai suoi familiari.
Sul fronte giudiziario si attende che la Francia conceda l’estradizione di Danish, arrestato a Parigi il 22 settembre scorso. Dopo due rinvii da parte della Chambre de l’Instruction di Parigi (una sorta di Corte d’Appello), la decisione è attesa per il prossimo 5 gennaio. Consegnare l’uomo alle autorità italiane che vogliono interrogarlo al più presto potrebbe rappresentare una svolta dato che l’altro arrestato, Ikram Ijaz (cugino di Saman, catturato sempre in Francia, a Nimes, il 28 maggio scorso poi estradato in Italia il 9 giugno e in carcere a Reggio Emilia dove tuttora si trova) si è sempre detto estraneo alla vicenda senza mai fornire elementi utili alla magistratura.

Mentre è ancora latitante l’altro cugino Nomanhulaq Nomanhulaq così come sono ricercati i genitori, il padre Shabbar Abbas e la madre Nazia Shaheen, fuggiti in Pakistan con un volo da Malpensa (dove furono ripresi dalle telecamere) il primo maggio scorso, all’indomani del presunto delitto.
Tutti e cinque gli indagati sono accusati, in concorso, di omicidio premeditato e aggravato dal legame familiare, sequestro di persona e occultamento di un cadavere mai ritrovato. Ora, dal fiume Po emerge un piccolo barlume di speranza per ottenere la verità. Ma si dovrà aspettare metà gennaio per i risultati delle analisi da parte dei Ris.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli