"L'allarmismo da coronavirus ci isola. Per tutelare noi stessi, incolpiamo gli altri"

(Photo: Andrea Cerase)

“Il coronavirus, come tutti i rischi, ha rilevanti implicazioni psicologiche e sociali: uno dei principali pericoli è che il senso di minaccia generalizzata possa distruggere o indebolire i legami comunitari, facendoci sentire isolati e pronti a tutelare solo il nostro interesse personale a scapito degli altri”: a dirlo è Andrea Cerase, professore di Sociologia della comunicazione dell’università La Sapienza di Roma, che da anni studia comunicazione del rischio e dell’emergenza. “Siamo bombardati da messaggi allarmistici e divisivi che non fanno altro che farci sentire distanti gli uni dagli altri, che spingono a trovare un colpevole e a proteggerci da una catastrofe di cui non sappiamo delineare i confini”, spiega ad HuffPost.

L’emergenza è qualcosa che supera l’immaginazione, è qualcosa che va oltre la nostra possibilità di dare una risposta. Quando abbiamo a che fare con virus, terremoti, tsunami o eventi di tale portata, la nostra mente subito cerca dei ricordi per provare a gestire il momento. Spesso però non ne trova perché raramente abbiamo avuto esperienze dirette. E così chiede aiuto all’esterno: “Il problema è che la pluralità di messaggi poco coerenti unita alle informazioni enfatizzate e manipolate sui social network aggiungono incertezza in un contesto già caratterizzato di per sé da grande confusione. Iniziamo, dunque, a sentirci spaesati, non riusciamo a dare senso a ciò che stiamo vivendo. E spesso tendiamo ad incolpare gli altri, a cercare un capro espiatorio”.

Quando si sente di non avere risposte, si inizia a vacillare. In Cina il governo ha messo a disposizione delle popolazione delle linee telefoniche di supporto psicologico o consulenze digitali a chiunque mostri segni di ansia o di sofferenza. A volte però tali misure non bastano per arginare il malessere: se nelle società colpite vi sono falle preesistenti, è possibile che l’emergenza le evidenzi ancora di più. Basti pensare agli episodi di razzismo nei confronti dei cinesi, segno dell’aumento della diffidenza verso il prossimo. “Decine di ricerche provano che più siamo frammentati, contrapposti tanto meno siamo equipaggiati per affrontare emergenze come il virus”.

Secondo Cerase, tutti - dall’epidemiologo di fama internazionale a chi invia link all’amico su Whatsapp - condividiamo la responsabilità di tutto ciò che comunichiamo soprattutto in tempi di crisi: “Oggi siamo sospesi tra toni i eccessivamente allarmistici di chi parla di emergenze nazionali senza fornire indicazioni chiare su come comportarsi e le narrazioni eccessivamente rassicuranti che comparano il coronavirus all’influenza. Quando diciamo che il coronavirus è uguale all’influenza non stiamo veicolando un’informazione corretta: gli esperti sanno che l’influenza può anche uccidere, ma l’anziana che legge il giornale magari pensa che l’influenza sia semplicemente raffreddore, mal di gola e qualche linea di febbre. Dobbiamo essere sicuri che le informazioni che diamo siano interpretate correttamente dal destinatario, rapportate cioè alla sua esperienza e al suo contesto. E questo non sta accadendo”.

Informazioni sbagliate possono farci vedere il pericolo in maniera diversa. Se da una parte c’è chi non esce di casa senza mascherina, dall’altra c’è chi se ne va beatamente in giro senza alcun tipo di preoccupazione, convinto - in fondo - che a lui non possa accadere nulla: un fenomeno noto tra gli addetti ai lavori come “percezione di immunità oggettiva”. Secondo un articolo del New York Times, il coronavirus ci ha mostrato quanto siamo diversi nella gestione del rischio. Il professor Cerase è convinto che la diversa percezione del pericolo, oltre a dipendere da fattori psicologici propri dell’individuo, dipenda anche dal contesto sociale che lo circonda, dai gruppi a cui fa riferimento nell’esperienza quotidiana, dalle informazioni che legge, dal luogo in cui vive: “Bisogna studiare questi processi psicologici che ci spingono ad essere più o meno ‘ottimisti’ per assicurarci che, sia chi è in preda al panico sia chi sembra fregarsene, sia protetto e prenda le dovute precauzioni”.

Per Cerase in Italia manca un’adeguata offerta di formazione per la comunicazione del rischio: “Prima che il virus si diffonda, prima del terremoto, prima di una qualsiasi altra emergenza, è necessario che si parli adeguatamente di rischio - dice -. Bisogna capire i problemi di un Paese e fare comunicazione efficace prima che gli eventi avversi accadano. Una buona comunicazione, in qualsiasi forma, può contribuire a salvare vite umane. Basti pensare che in una piccola isoletta dell’Indonesia chiamata Simeulue, durante lo tsunami di Sumatra del 2004, nonostante le onde alte trenta metri più del 95% della popolazione sopravvisse. Agli abitanti, fin da piccoli, era stata insegnata una canzoncina che diceva ‘se senti un forte terremoto, seguito dal ritiro del mare, scappa
più veloce che puoi nel posto più alto’. Quelle persone si sono rifugiate sulle alture e sono sopravvissute. Essere preparati significa sapere a che tipo di rischio si va incontro e come si debba agire per ridurre gli impatti, e
questo principio vale sia che si parli di tsunami, di inondazioni o di rischi alimentari. I frutti di ciò che si semina in tempo di pace – attraverso la comunicazione del rischio – possono essere raccolti quando il rischio si attualizza, diventa emergenza”, aggiunge Cerase. Per quanto riguarda il coronavirus, la macchina della comunicazione del rischio si è attivata troppo tardi: i messaggi che sono stati veicolati sono stati complessivamente incoerenti. Ecco perché c’è chi ha tanta paura e chi, invece, non capisce tutto l’allarmismo che lo circonda”. 

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